2° SEMINARIO NAZIONALE DEI “PRETI OPERAI” IN ITALIA

«IL GRANDE TEMA È IL LAVORO»

(FT 162 / dall’art. 1 della Costituzione al Cammino Sinodale)

Bologna – lunedì 3 giugno 2024



1) SALUTO INTRODUTTIVO DEL CARD. MATTEO ZUPPI

Il mio benvenuto a tutti qui a Bologna, un caro saluto a ciascuno di voi e grazie per la vostra presenza. A un anno dal nostro primo incontro è un dono poterci ritrovare di nuovo e ragionare insieme sul tema del lavoro a partire dall’espressione di Fratellitutti: «Il grande tema è il lavoro» (n.162). È un grande tema per la vita delle persone, per la vostra vita di lavoratori e lavoratrici, per la Repubblica italiana e per la Chiesa tutta. Come spesso avviene ce ne rendiamo conto quando manca: la disoccupazione, il lavoro povero (che espressione ipocrita che svela anche la concezione predatoria del lavoro o il rischio di abituarsi a una sottomarca del lavoro) sono una tragedia! Lo sapete bene: senza lavoro non c’è dignità, si attenua il senso della comunità e si raffredda la solidarietà sociale.

Lasciatemi esprimere un ricordo per tutte le persone che in questi mesi hanno perso la vita in un luogo di lavoro. Abbiamo visto molte storie di sofferenza e di lutto, abbiamo pianto recentemente le vittime di Suviana in questa diocesi e non dobbiamo smettere di chiedere maggiori garanzie a tutela dei lavoratori, di garantire controlli adeguati perché il sacrificio di tante – tre persone a giorno! – vittime possa permettere condizioni di vita più sicure e meccanismi di “sala vita” adeguati e aiutati da controlli severi e continui. Sono troppi gli episodi che ci ricordano le forme di sfruttamento, di insicurezza, di ingiustizia che regnano nel nostro Paese. Basti pensare alle forme di caporalato e a come queste sono emersione di un sistema non legale e quindi senza garanzie. Mostriamo solidarietà alle famiglie delle vittime e non lasciamo mancare a nessuno la nostra preghiera.

Nella fase sapienziale del Cammino sinodale e a un mese dalla Settimana Sociale di Trieste sul tema «Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro» questa giornata è occasione per fare discernimento e per comprendere il valore della vostra presenza nella Chiesa italiana e nel nostro Paese. L’art. 1 della Costituzione repubblicana lega in modo indissolubile la democrazia al lavoro. La personale realizzazione è connessa all’edificazione di una casa comune, non di un condominio che ratifica l’interesse individuale, le ingiustizie, il privato senza il pubblico. È molto legato, a mio parere, anche all’articolo 4, che stabilisce il senso del patto sociale che ci unisce e dell’importanza della persona, non come utilizzatore di diritti ma come soggetto protagonista: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Materiale o spirituale, per certi versi equiparati, importanti tutti e due e possibili quindi a tutti. Nessuno può sottrarsi a questo “concorso” che deve vedere ciascuno non essere indifferente o passivo, spettatore, ma consapevole e attivo. Voi potreste aiutarci a capire il senso profondo di questo legame e potreste aiutare la Chiesa italiana a fare tesoro della vostra esperienza, rilanciando una pastorale di prossimità verso la gente.

Porto l’attenzione in questo saluto introduttivo su tre temi.

Il primo è il valore della testimonianza di una pastorale d’ambiente come la vostra. Il modello della «Chiesa in uscita» che papa Francesco ci ha trasmesso con forza nella Evangelii gaudium trova incarnazione nella vicenda dei preti operai e delle suore operaie. Ci rimandate all’importanza di stare dentro la vita reale delle persone, in luoghi che non sono quelli ecclesiali, ma che sono certamente i luoghi del Regno di Dio. La condivisione significa questo! Come Gesù ha annunciato l’amore del Padre condividendo tutta la nostra condizione umana, attraverso il lavoro, il cammino sulle strade e lungo le rive del mare, gli incontri con le persone povere, umili e peccatrici e la frequentazione della vita sociale e religiosa del suo tempo, così la Chiesa oggi deve continuare ad abitare il mondo con una presenza umile. Il modello pastorale della chiamata a raccolta in chiesa o in parrocchia non è l’unico conosciuto dalla Chiesa. A questa forza centrifuga che rischia di farci pensare come l’ombelico del mondo, c’è una forza centripeta che ci spinge ad essere là dove scorre la vita dell’uomo, dentro alle esperienze fondamentali della vita: il lavoro, la famiglia, l’economia, la società, il volontariato, l’educazione, la cura, il sindacato, la politica. La vostra presenza e testimonianza, così come la pastorale d’ambiente hanno la caratteristica di non accettare l’autoreferenzialità. Certo, può correre il rischio di un certo protagonismo, dell’orgoglio dell’orto prassi sull’ortodossia, ma ci aiuta a metterci per strada, a capire le domande delle persone e quindi a capire il perché del Vangelo. Ci aiutate a misurarci con la vita così com’è, come faceva Gesù, senza filtri e senza distanze. Entra nelle case e nei luoghi di lavoro e costruisce comunità. Come scrive la storica Marta Margotti: «L’“antico sogno nuovo” di una comunità cristiana non più padrona, ma serva, ai margini del potere perché centrata sul Vangelo, povera e per questo libera, ha trovato nell’esperienza dei preti operai un tentativo di realizzazione» (CARETTO, PANERO, SVALUTO FERRO, Preti in fabbrica, operai nella Chiesa. L’esperienza dei preti operai nella diocesi di Torino, Effatà, 2021).

La scelta di incarnare il Vangelo nella vita è un appello alla conversione per la Chiesa tutta. Ci insegnate una fede dentro la vita, l’allergia alle logiche autoritarie e alle obbedienze cieche, la contestazione di un cristianesimo spiritualistico e intimistico, la radicalità evangelica, l’essenzialità e la vicinanza alla vita delle persone. Ne abbiamo bisogno. Nel Cammino sinodale si è sottolineato lo stile della prossimità: condividere i luoghi di lavoro lo è in modo prioritario. Fino a diventare inquietudine affinché la Chiesa non rimanga distante o chiusa nelle sacrestie. Il vento della Pentecoste, che ci apre le porte e ci butta nella babele del mondo, ci investa e ci porti fuori dalle nostre sicurezze. Quelle che abitiamo ogni giorno.

Il secondo tema riguarda la professionalizzazione. Le competenze che avete acquisito in ambito lavorativo non possono essere solo vostre, personali. Devono diventare ricchezza ecclesiale. Avete le mani in pasta nel lavoro e ciò significa anche capacità e abilità che si acquisiscono. Il lavoro realizza l’incarnazione e il mistero pasquale. La trasformazione del mondo avviene attraverso la fatica. Impegniamo del tempo nel lavoro perché diventi sapienza manuale, capacità trasformativa, costruzione di un mondo migliore. C’è da chiedersi se la Chiesa non abbia bisogno di questa professionalità almeno tanto quanto ne ha della capacità di studio e di riflessione, di preghiera e di celebrazione. Ne va della testimonianza cristiana, che rischia di fermarsi più alle belle parole che alla possibilità di operare. Il cristianesimo, come suggerisce Dei Verbum 2, è fatto di gesti e parole. L’uno senza l’altra perde di significato e di mordente. Aggiungo che ci aiutate a non essere prigionieri di una mentalità assistenziale, che si compiace di quello che fa ma senza risolvere le cause. Ci aiutate a capire i diritti e i doveri, a interrogarsi sulla realtà e a cercare le soluzioni perché la carità non sia ridotta a buon sentimento, spesso sterile, ma diventa cultura, progetto, ispiri l’amore politico. Perciò insisto sul fatto che «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro».[136]

Accanto al lavoro vi è anche la testimonianza della gratuità del Vangelo, che è il terzo tema. Come scrisse un gruppo di preti operai italiani nel 1984: «L’esperienza con i compagni di lavoro ci ha mostrato che i legami tra prete-sacro-denaro rendono ardua la percezione della “gratuità” dei gesti di Dio» (Citazione in G. VITALE, Il prete, la professione e la fabbrica. Soggettività e memoria dei preti operai, Studium 2021).

Alla Chiesa si rimane fedeli per il Vangelo, non per altro. E niente come la gratuità si presenta come opera di Cristo allo stato puro. La vostra libertà economica non parla solo alla Chiesa del passato, ma ci fa guardare al futuro. Più che sentirci garantiti dalla certezza del denaro dovremmo esserlo dalla presenza di Cristo, che «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). La scelta di spogliarvi delle sicurezze economiche per abitare l’incerto del lavoro sottoposto spesso alla precarietà e alla crisi è un segno evangelico: in realtà avete scelto la parte migliore, che è la certezza della Provvidenza di Dio, e non vi sarà tolta.

Grazie per questa testimonianza, che arricchisce il patrimonio spirituale per la Chiesa di oggi e di domani! Gesù Divin Lavoratore ci protegga.

MATTEO ZUPPI



2) L’ANALISI DI UN PO IN ATTIVITÀ

Qui il collegamento all’intervento di CLAUDIO SUETTI, prete-infermiere al Bambin Gesù di Roma: si tratta di una serie di slide, frutto della sua ricerca sul campo con i suoi compagni di lavoro, sul tema:
LE TRASFORMAZIONI DEL LAVORO OGGI.



3) LO SGUARDO DI CHI È STATO PRETE OPERAIO / l’intervento di Gianni Tognoni

Preti Operai: memoria e sperimentazione per il futuro ?

Il messaggio più importante che la storia dei preti operai può condividere per e in una Chiesa sinodale è la propria vita-memoria di un cammino che si è con­cluso, come tanti altri che lo hanno accompagnato, nei modi più diversi, nella storia della Chiesa, durante e soprattutto dopo la seconda guerra mon­diale.

L’ esperimento-interpretazione del ministero e dell’evangelizzazione da parte dei preti operai era molto semplice: a partire dalla vita di quel Gesù, che, uomo tra i tanti fino a trent’anni, operaio, e incarnazione di un Dio che si iden­tificava e riassumeva nell’annuncio delle beatitudini e del samaritano, si era scelta la condivisione della vita di coloro che apparivano in quel tempo i più lontani ed i marginali come l’unica evangelizzazione credibile.

Non era nulla di nuovo: ad ogni evoluzione critica dei modi di presenza della Chiesa nella società, la scelta della presenza come linguaggio di annuncio del Vangelo era stata la provocazione più immediata, spesso conflittuale:

  • Benedetto, come laboratorio di una nuova società in cui tutto doveva essere ri­pensato e sperimentato come una nuova comunità;
  • Francesco, nel cuore di una cultura che aveva nel mercato e nelle crociate, i lin­guaggi che ci si immaginava, dentro e fuori la Chiesa, fossero quelli vincen­ti;
  • Vincenzo de Paoli, come una risposta dai luoghi dei marginali ad una Chiesa di puro potere;
  • e poi le presenze come unica parola evangelizzante nella nascente società indu­striale, nelle migrazioni, …i piccoli fratelli e sorelle.

La novità era il contesto: il mondo operaio della rivoluzione industriale e di un capitalismo senza possibili controlli — anzi come normalità del modello di svi­luppo tanto da esprimersi in guerre mondiali che avevano creato vuoti di oriz­zonti e di futuro— appariva come un universo che non poteva più essere af­frontato con un ministero che viveva e parlava da un esterno che era chiara­mente altro o addirittura opposto perché coincidente con un antagonismo di visioni del mondo. Simone Weil era stata la testimone assoluta, più lucida, an­ticipatrice: ancor di più perché al femminile ed alle frontiere anche delle ap­partenenze di fede; il credere come una ricerca senza garanzie di risposte.

La scelta di essere operai testimoniava, da dentro la Chiesa, il bisogno di farsi carico di sfide profonde e radicali. Una ricerca ad alto rischio. E nessuna rot­tura. Un chiamare le cose e le contraddizioni sociali ed economiche con il loro nome metteva semplicemente in luce il bisogno di un linguaggio fatto non di parole, ma di pratiche e di modi di essere e di vivere che rendevano inaccet­tabili silenzi e prese di distanza. Il tempo del Concilio avrebbe detto ad alta voce, in tantissimi modi, così come anche le esperienze pastorali di don Mila­ni, fino al linguaggio delle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI che la strada dei preti operai era stata profezia, e che la presenza e la condivisione coincideva con una evangelizzazione altrettanto legittima e necessaria.

La Chiesa come ospedale da campo di Francesco, ed il suo riconoscere i mo­vimenti come interlocutori privilegiati, testimoniano che non aveva avuto sen­so il lungo tentativo di fare della interpretazione del ministero da parte dei preti ope­rai, una intempestiva provocazione da tollerare o addirittura da osta­colare e mettere in clandestinità. E’ altrettanto chiaro che l’evangelizzazione come pre­senza e condivisione con chi è altro per le ragioni più diverse, politi­che o cultu­rali, ma soprattutto povero di potere e di visibilità economica e so­ciale, non coincide con l’identità ed ancor meno con la pratica maggioritaria della Chiesa. Ma non c’è dubbio che la memoria dei preti operai fa ormai par­te della sua sto­ria.

Il problema è il che fare di questa memoria. Come declinarla in un mondo in cui tutti i conflitti e le loro cause sono noti, ed in cui i termini stessi dei proble­mi di allora sono cambiati: il lavoro anzitutto, la diseguaglianza come normali­tà da accettare e non come disvalore da vincere, la assenza di orizzonti, la pace proi­bita, la fede come minoranza, la Chiesa come istituzione da re-inventare, il so­cialismo (in tutti i suoi nomi) come un ricordo non proponibile come orizzonte.

Come raccontare al futuro la memoria dei preti operai: all’interno della Chie­sa? Nella comunità umana ? Come specificità, eccezione-minoranza, o come voce tra tante di una comunità di reti che non possiedono, ma cercano il sen­so della vita? Con quale linguaggio? Con quali strumenti? Come un segno di speranza, perché il seme di senape abbia il destino dell’albero della parabo­la?

Come immaginare la nostra memoria: in una Chiesa sinodale? Con quali mi­nisteri? Come comunità di diversità? Con una teologia semplice come il Van­gelo?

Sappiamo che queste domande non sono nuove. Ed ancor di più che non è no­stro compito, e tanto meno pretesa, proporre risposte. Vorremmo semplice­mente, per quanto possibile, che la nostra memoria fosse parte della ricerca: dopo Gaza, anche gli ospedali da campo evocati da Francesco non hanno garanzie di poter essere luoghi in cui si possono seguire linee guida o proto­colli.

Si è presenti, senza poter distinguere a priori le competenze ed i ruoli.

Le priorità, senza pretendere che ciò sia sempre secondo le regole, sono det­tate anzitutto dal mettere in evidenza i bisogni di vita e di dignità che chiedono già attenzione, o che si mettono in evidenza scoprendo ciò che è nascosto.

Sono poche, scavando nella nostra memoria, le cose che vorremmo divenis­sero realtà in una Chiesa che certo non ha più problemi di ruoli rispetto a quell’aggettivo, operaio, che sembrava essere al centro dei dubbi.

Auguriamo anzitutto alla Chiesa -soprattutto quella istituzionale– di avere il co­raggio, e la normalità, di essere una realtà che esprime la propria coerenza con la tradizione (in tutte le sue forme) attraverso un atteggiamento comples­sivo di ricerca e di sperimentazione. La catechesi delle encicliche (e non solo) di Fran­cesco è una indicazione chiara di come essere presenti nel reale come coloro che mettono in luce i vuoti di umanità, non con la pretesa di aver rispo­ste, ma come obbligo di farsi espressione avanzata, libera, indipendente di pratiche di cambiamento. Anche se queste non sono immediatamente pratica­bili. Quando Francesco diceva che le chiese devono essere aperte-case di migranti indicava una rivoluzione impossibile: ma che doveva essere almeno pensata per poter poi diventare possibile. Come il nostro essere presenti come operai non era chiara­mente una risposta all’assenza di dignità nel mon­do più duro del lavoro: era una sperimentazione, che non pretendeva di esse­re la regola. Indicava un bisogno di modi di essere presenti. Ed ognuno di noi, in forma diversa, è stato un esperi­mento: che attraverso una modalità di pre­senza e di vita, ha messo in evidenza tante altre cose, dimensioni, sfide, cose da cambiare.

Il secondo augurio che nasce dalla memoria è dunque quello di una Chiesa che riconosce la sperimentazione — e non solo la ripetizione più o meno fede­le di quanto esiste e si fa — come sua normalità: per includere sempre più presenze evangelizzanti nelle realtà dove si riproducono, nelle forme più di­verse, le esclusioni dalla garanzia di vita e di dignità che allora erano riassun­te nel termi­ne operaio di fabbrica. Sarebbe sciocco dare indicazioni precise.

Il documento sul lavoro, già condiviso, è non il pro-memoria di quanto grandi e diverse sono le sfide in cui una presenza evangelizzante è obbligatoriamen­te una esperienza di sperimentazione con le comunità e le popolazioni dove si deve essere al servizio, occorre essere promotori di soluzioni innovative. La rete delle comunità di base è un esempio. I bisogni sono diversi: le eccezioni (infini­tamente benvenute), nel campo dei migranti sono solo un altro esempio, per es­sere presentate e vissute come regola che vale per tutte le situazioni comparabi­li.

In queste sperimentazioni è inevitabile e positivo, il fatto che il ministero stes­so come termine e criterio di riferimento, deve cambiare. Essere presenza non può coincidere per definizione come qualcosa che implica gerarchia, di­pendenza, di­versità per privilegio, di qualsiasi tipo. Sappiamo bene che que­sta tendenza è suggerita nei lavori di una Chiesa sinodale, anche se è difficile immaginare che una ri-formulazione dottrinale e amministrativa raggiunta per consenso possa essere considerata un nuovo punto di arrivo e di riferimento. I cambiamenti di identità, e di ruoli corrispondenti, hanno bisogno di lunghi tempi di sperimenta­zione, di creatività propositiva, di conflitti, di passi arri­schiati, di confronti sen­za paura. La nostra memoria di preti operai ricorda la durezza, la pazienza, la sorpresa di quanto imprevedibile era il tempo neces­sario perché il nostro lin­guaggio, e perciò il nostro essere testimoni-perché-parte-alla-pari della vita, di­ventasse linguaggio di comunicazione.

Sappiamo bene che è stata parte essenziale della nostra memoria lo scontro con tanti aspetti del ministero sacerdotale che toccano le identità personali, le scelte affettive, i rapporti con il femminile, i ruoli sacramentali e sociali. E sia­mo an­cor più coscienti che non è questo il luogo e il momento per parlarne.

Pensiamo tuttavia urgente, molto, che la Chiesa istituzionale ne parli nei tem­pi e nelle modalità più opportune. Riteniamo in ogni modo nostro dovere, in quan­to ministri ordinati e credenti, dire, con tutta franchezza, quanto le esita­zioni della dottrina, prima ancora che della pratica, della Chiesa in questo campo ap­paiano e siano -per le comunità che abbiamo condiviso- delle realtà che più che di inciampo, sono non credibili, segno a priori di diversità e di­stanza, quando dovrebbero essere una espressione di scelte libere e condi­vise.

Non vediamo in tutto questo (e certo non siamo soli a farlo) problemi teologici o di fede, ma un segnale di appartenenza inutile ad una cultura che non ha più nulla a che fare con il presente, e che proprio per questo rende meno comprensi­bile una Chiesa che più di tutti, e con meno timori, può esprimere una identità originale con la dimostrazione della praticabilità delle parabole più rivoluziona­rie del Vangelo.

La antichità della nostra memoria e delle nostre storie non è facilmente tradu­cibile in messaggi, e tanto meno insegnamenti per le nuove generazioni. Sia­mo tuttavia molto preoccupati che la sostanza della nostra interpretazione del Van­gelo che è stata tanto radicale da cambiarci la vita, non possa essere par­te della formazione delle nuove generazioni di ministri, quale che sia l’evolu­zione delle loro forme canoniche. Sarebbe bello che fosse parte di un proget­to della Chiesa italiana di una rilettura, tra le tante in corso, dei percorsi for­mativi, per mettere in evidenza che la conoscenza, dottrinale ed esperienzia­le, della centralità del lavoro è lo snodo assoluto ed imprescindibile della com­prensione stessa dei bi­sogni e dei linguaggi della evangelizzazione. La lette­ratura disponibile è gran­de, ma è lasciata alla buona volontà e alla curiosità dei singoli.

Sembra necessario lanciare un progetto collaborativo con alcuni centri di for­mazione per produrre profili operativi di ministeri che per essere servitori della parola si confrontano sistematicamente con le tante esclusioni dalla dignità del vivere di cui sono fatte le realtà di cui si è membri. Parte di questo proget­to po­trebbe essere la sperimentazione, in una rete estesa e rappresentativa di parroc­chie e comunità, di esercizi di mappaggio delle situazioni di carenza e di viola­zione, di condizioni di vita che chiedono risposte, e che possono e dovrebbero divenire oggetto di interesse da parte del ministero di quella Chie­sa.

Si realizzerebbe in questo senso una formazione a partire dalla realtà: ma più ancora si verificherebbe la capacità e praticabilità di un linguaggio di evange­lizzazione (certo non solo a parole di predicazione) che rende visibili proble­mi, re­sponsabilità, creatività comunitarie. E le buone pratiche non sono solo citate come esemplari, ma diventano laboratori di una formazione permanen­te, che si diversifica con il suo cammino. Mai come in questo ambito vale l’antica, non solo poetica e molto radicale, massima: no hay camino: el Cami­no se hace, al andar.

GIANNI TOGNONI



4) Durante il dibattito, l’intervento di Mario Facchini

La nostra carovana, per la partecipazione a questo incontro, dalla Lucchesia e dal territorio pisano e dal Mugello, è costituita da tre uomini (io laico, ex-prete, Bernardo parroco in Alta Versilia e Beppe Citti laico, importante rappresentante della comunità dei preti operai di Viareggio) e due donne (Lucia sposa di Beppe Pratesi prete operaio, che ci ha lasciato recentemente, con una loro figlia Giada).
Questa nostra presenza variegata non vuole essere una forzatura, ma un segno di risposta collettiva al tuo invito, caro Matteo.

Prendiamo come spunto di riflessione quanto ha detto Papa Francesco in una intervista all’emittente statunitense CBS, in cui dice:
“Le donne hanno sempre avuto la funzione di diaconesse senza essere diaconi. Le donne sono di grande servizio come donne, non come ministri all’interno dell’Ordine Sacro”.
Qualcuno, evidenziando la negazione, interpreta questo come una regressione.

Noi, invece, vogliamo sottolineare l’apprezzamento di Papa Francesco rispetto alla “FUNZIONE DI GRANDE SERVIZIO COME DONNE” che allarga i confini di un ristretto ORDINE SACRO.
Con il battesimo ogni persona diviene sacerdote/sacerdotessa, re/regina, profeta/profetessa.
Non è uno scherzo (da preti) ma è una verità strabordante e straordinaria che non va sottovalutata.

Purtroppo, nella storia della Chiesa è avvenuta una cooptazione all’esercizio del potere, avvenuta in modo manifesto con l’imperatore Costantino. Purtroppo, non essendo a capo della comunità cristiana, tra le altre cose, ha convocato il Concilio di Nicea, di cui ricorre il prossimo anno il 700.mo anniversario. Il cedimento alla tentazione del potere ha fortemente stravolto la testimonianza evangelica della Chiesa gerarchica con l’alterazione delle sue strutture organizzative.

Da qui nasce, e si solidificherà nel corso della sua storia, l’opposizione tra BATTESIMO e ORDINE SACRO.
Secondo noi la crisi delle vocazioni sacerdotali è un segno salutare della divina RUAH che ci richiama tutti e tutte alla nostra vocazione battesimale.

La vita per vari motivi mi ha portato fortunatamente a chiedere la dispensa dall’ordine sacerdotale. Nel gergo comune si chiama “RIDUZIONE ALLO STATO LAICALE” e che ridefinisco “PROMOZIONE ALLO STATO LAICALE”, ma la negativa laicizzazione attuale, porta alla scomparsa della vera spiritualità con l’incremento del materialismo, con lo strapotere del dio denaro generatore di guerre, conflitti, emarginazione, povertà e sfruttamento, e ci stimola a riaffermare la centralità della LAICITÀ per ritornare ad essere LIEVITO in una pasta informe.

La nostra è una piccola finestra che si apre in un mondo in evoluzione, anche positiva.
Conosciamo e viviamo vicino a realtà che incarnano il sogno di YESHUA: UN MONDO DI FRATELLI E SORELLE,
che riescono a rinunciare ai loro privilegi per solidarietà con poveri ed emarginati, e che ritrovano, disseminati e nascosti nel quotidiano, i segni che LUI ci ha lasciato… come…(per fare alcuni esempi…)

  • spezzare il pane in famiglia intorno alla mensa,
  • abbracciarsi senza paura di contaminarsi,
  • accogliere fraternamente i cosiddetti “atei” e gli aderenti ad altre religioni con curiosità e rispetto (quelli che LUI chiamava PECCATORI E PUBBLICANI. Ricordiamo quando diceva che LE PROSTITUTE VI PRECEDERANNO NEL REGNO DEI CIELI),
  • mettere al centro i bambini e le bambine, abbandonando la pretesa di indottrinarli, imparando da loro la semplicità e la spontaneità.
  • rimettere al centro la femminilità spesso ridotta al ruolo strumentale di chi fa le faccende e pulisce i pavimenti dei luoghi sacri.
    Quanta bontà c’è in giro che non transita più tra le panche della chiesa!!! Riconosciamola con gratitudine.

Ieri sera eravamo, in una piccola frazione delle colline pisane, con Elena, mia sorella di 91 anni, invitati da Paola una giovane insegnante di yoga.
C’era anche Luisella, che accudisce 17 asinelli, con cui fa riabilitazione per persone con handicap anche gravi, fa anche parte di un grande CERCHIO da cui emana una energia di guarigione fruibile da qualsiasi persona che si metta in contatto con loro.
Abbiamo cenato, messo in comune le nostre esperienze, cantato e pregato. Alla fine, Paola ha spezzato il pane ricordando YESHUA.

Racconto questo frammento di vita per dire che ci sono piccole fiammelle accese, fuochi che ardono per illuminare e riscaldare le nostre solitudini e non scoraggiarci davanti alle nostre fragilità… senza pretese e senza giudizi.

MARIO FACCHINI


5) Durante il dibattito, l’intervento di Roberto Fiorini

1. Il libretto che abbiamo distribuito è la nostra risposta alla richiesta dello scorso anno rivolta dal Presidente della CEI ai PO italiani. Don Bruno Bignami ci ha invitato a produrre nostre riflessioni in linea con il momento sinodale sapienziale. Abbiamo trasmesso due testi recepiti dalla Segreteria e recapitati ai vescovi italiani assieme agli altri contributi. Però non ci siamo fermati lì. Abbiamo inviato un “memento”: ricordatevi.

2. Abbiamo diffuso una documentazione che riguarda alcuni punti fortemente critici delle condizioni lavorative. Parlare del lavoro non è un tema particolare, ma è la condizione che interessa e tocca grandissima parte della popolazione, direttamente o indirettamente. Nei documenti sinodali non abbiamo mai incontrato la parola “lavoro”. Noi abbiamo voluto richiamarla, nella convinzione che una chiesa dove l’attenzione si concentra di fatto esclusivamente sul proprio assetto interno è destinata ad una stasi.

3. “In forma di allegati presentiamo i risultati di alcune ricerche recenti, senza la pretesa di esaurire in maniera sistematica il tema del lavoro. L’obiettivo è provocare l’attenzione su alcuni punti critici che aprano degli squarci su quanto vivono e soffrono milioni di persone in Italia, ben consapevoli che dietro alla freddezza di questi numeri – spesso non univoci, quindi simbolo implicito di precarietà e di irrilevanza – ci sono volti di persone, di famiglie, di comunità la cui dignità viene negata e calpestata. Inoltre occorre affermare che i punti critici che presentiamo non vanno catalogati come spiacevoli episodi che accadono, ma sono parte intrinseca e conseguenza di un fenomeno strutturale della nostra società dominata da «una nuova concezione dell’impresa, fondata sulla massimizzazione ad ogni costo, e a breve termine, del suo valore di mercato in borsa, quali che siano il suo fatturato e le sue dimensioni produttive» (L. Gallino, l’impresa irresponsabile, Einaudi 2009) Questa concezione non si limita alle grandi imprese, ma ha contaminato anche le realtà più piccole che di fatto devono allinearsi a questa logica di mercato. Stando così le cose è inevitabile la perdita di valore del lavoro, ridotto a merce e svuotato del suo contenuto umano. In una società dove il denaro conta più del lavoro umano, la stessa vita dei lavoratori diventa un fattore secondario candidato ad essere sacrificato. «Tutto questo avviene a partire dalla disarticolazione dei sistemi di controllo pubblico e di investigazione che spesso si fondano sulla meschina logica del ‘non disturbare chi produce’. E’ questa l’espressione di una dottrina che produce, afferma e difende un’imprenditoria estrattiva e speculativa che persegue il profitto a ogni costo e nel contempo produce scarto o rifiuto, comprendendo in queste ultime categorie i lavoratori e le lavoratrici e la questione ambientale»” (M. Omizzolo, Sfruttamento e caporalato in Italia, Rubettino 2023)

Il risultato sulle persone, che ritorna in piena attualità, ce lo racconta un testo di S. Weil dalla sua “Condizione operaia” (p.149):

“In conclusione ho tratto due insegnamenti dalla mia esperienza. La prima, la più amara e la più impreveduta, è che l’oppressione, a partire da un certo grado di intensità, non genera una tendenza alla rivolta, bensì la tendenza quasi irresistibile alla più assoluta sottomissione… Il secondo insegnamento è questo: che l’umanità si divide in due categorie: le persone che contano qualcosa e le persone che non contano nulla. Quando si appartiene alla seconda categoria si arriva a trovar naturale non contare nulla – il che non significa che non si soffra”.

4. Ci troviamo di fronte a strutturali processi di ingiustizia, a livello macro, come micro. E la chiesa? Quale il suo messaggio? La domanda non riguarda quanto dice papa Francesco. Mi riferisco a quanto è avvenuto poco dopo il Concilio e che per decenni ha influenzato la formazione dei preti, la loro predicazione, le modalità dell’annuncio del Vangelo e la recezione da parte del popolo di Dio.

Nel 1971 si è svolto il Sinodo mondiale dei vescovi. La giustizia nel mondo era il tema affrontato e nel documento finale si fissò un punto decisivo:

«L’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo».

Il Sinodo intendeva proprio dire che l’impegno della Chiesa a favore della giustizia è una vera condizione della sua verità, e quindi che la predicazione del Vangelo avviene mediante l’azione a favore della giustizia. Ma da subito iniziava, a partire da membri dello stesso Sinodo, il declassamento della giustizia a “parte integrante”, quindi non “essenziale” del messaggio evangelico, fino a arrivare a dire che la proclamazione del Vangelo sarebbe potuta avvenire anche senza l’impegno per la giustizia.

Nei decenni successivi il termine «costitutivo» riferito alla giustizia scompare. Sarà Benedetto XVI, nell’enciclica “Deus caritas est” (2005) a riutilizzarlo, ma riferito alla Diakonìa (ministero della carità). Il rapporto tra carità e giustizia viene presentato nell’ottica della relazione tra Chiesa e Stato. Ci si allontana dal concetto biblico di giustizia per adottare una sua visione naturale, ben espressa dal titolo di un articolo di Charles M. Murphy, apparso originariamente sulla rivista Theological Studies e poi ripubblicato da Credere oggi: «La carità, non la giustizia, è costitutiva della missione della Chiesa». Una scelta tragica dei vertici della Chiesa!

In questi ultimi decenni sul tema della giustizia è avvenuta una divaricazione che tocca la dimensione profonda del credere. Ancora Murphy chiarisce i termini della questione:

«Il nocciolo dell’ambiguità riguardo al senso di costitutivo […] sembra risiedere nelle differenti concezioni del tipo di giustizia a cui ci si riferisce. Se la giustizia è concepita esclusivamente sul piano naturale, la virtù umana della giustizia come viene spiegata nei classici trattati di filosofia, allora tale giustizia può solo essere concepita come una parte integrante ma non essenziale della predicazione del Vangelo. Ma se la giustizia viene concepita in senso biblico nel senso dell’azione liberante di Dio che richiede una necessaria risposta umana […] allora la giustizia deve essere definita come l’essenza del Vangelo stesso».

Scrive Von Rad nella sua Teologia dell’Antico Testamento:

«Non vi è nell’Antico Testamento nessun concetto d’importanza così centrale per tutti i rapporti dell’esistenza umana come quella della Sedaqah. E’ la norma non solo per il rapporto dell’uomo con Dio, ma anche per il rapporto degli uomini fra di loro fino alla disputa più insignificante, anzi per il rapporto dell’uomo con gli animali e con l’ambiente circostante. Si può senz’altro definire la Sedaqah come il valore più alto della vita …Nell’antico Israele un comportamento, un agire non veniva giudicato in base a una norma ideale, ma al rapporto comunitario stesso di volta in volta esistente…L’uso linguistico prova che sdq è interamente un concetto relativo, precisamente nel senso che si riferisce al rapporto reale tra due…, e non al rapporto di un oggetto, sottoposto al giudizio con un’idea».

Come un mantra si ripete: il lavoro «è di valore superiore agli altri elementi della vita economica, poiché questi hanno solo la natura di mezzo, [… quello] procede immediatamente dalla persona» (Gaudium et Spes, 67), ma senza alcuna presa sulla realtà. La direzione dell’economia e della “civiltà” stanno andando esattamente in senso contrario. Anche in Occidente, dove con lotte dure si era ottenuta una “decenza” nei trattamenti dei lavoratori, è in atto un’erosione sistematica che tocca non solo gli aspetti economici, ma le condizioni generali di vita, di sicurezza. La precarietà oltre al lavoro invade l’intera esistenza.

Ernst-Wolfgang Böckenförde, in un articolo pubblicato dal Regno (“L’uomo funzionale”) sostiene che l’attuale crisi globalizzata non è espressione di comportamenti sbagliati di singoli o gruppi, ma frutto

«di un sistema d’interazione consolidato e molto diffuso che segue una propria logica funzionale, e a essa sottopone tutto il resto […]. Il capitalismo moderno […] forgia il comportamento economico (e in parte anche non economico) dei singoli e lo integra nel sistema […]. L’obiettivo funzionale è la generale liberazione di un interesse lucrativo potenzialmente illimitato […]. I lavoratori vengono presi in considerazione solo in base alla funzione che svolgono e ai costi che comportano».

I danni ambientali e le conseguenze dannose vengono scaricate sugli Stati, dunque sui cittadini, come dimostra il recente caso dell’Ilva di Taranto).

E la Dottrina sociale della Chiesa? Per Bockenförde è «la bella addormentata», mentre i suoi fondamenti, avvolti nel sonno, esprimono una logica totalmente diversa rispetto al capitalismo. Perché non ci si interroga sull’inefficacia, sul vuoto di frutti, di un insegnamento astratto, ignorato anche dai praticanti, ritualmente usato come uno specchio nel quale contemplarsi e compiacersi?

A proposito di sonno, don Milani nella “Lettera dall’oltretomba” (1958 scriveva:

«Noi non abbiamo messo la scure alla radice dell’ingiustizia sociale. È stato l’amore dell’ordine che ci ha accecato […]. Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. E nel dormiveglia abbiamo fornicato con il liberalismo».

Un grande sonno dunque, un sonno non innocente, ma anche una vera cecità.

ROBERTO FIORINI


6) Conclusioni e saluti di don Bruno Bignami

Grazie per la vostra presenza al secondo appuntamento di ritrovo nazionale. Quest’anno abbiamo ampliato la visuale invitando anche le suore operaie, per cui nei prossimi anni il volantino riporterà la doppia dicitura «suore operaie e preti operai». Vi chiedo sempre un aiuto a segnalarci eventuali nomi che stiamo dimenticando. Soprattutto è importante avere un contatto con i preti operai e le suore operaie in attività, in modo da poter percorrere con loro un cammino condiviso.

La mattinata ci ha regalato due riflessioni importanti.

La prima (don Claudio Suetti) ci ha aiutato e rileggere l’impatto antropologico della tec­nologia sul lavoro. Cambia la visione del tempo, il modo di vivere le relazioni, la confusione tra lavoro di quantità e di qualità…

La seconda (Gianni Tognoni) ha messo in rilievo l’impatto teologico: centrale rimane il tema della giustizia, se si vuole comprendere il lavoro e le trasformazioni sociali in cui siamo inseriti. Chiesa cosa dici di te stessa? Occorre imparare a ridirsi la vita ecclesiale in rapporto a un mondo globalizzato e capace di realizzare scarti.

Nel dibattito è emerso come il lavoro contribuisce a rendere ciascuno più uomo e più donna.

Dobbiamo abitare il cambiamento d’epoca senza paure.

Ci siamo ritrovati per ragionare sul lavoro oggi. Il lavoro è in costante trasformazione, ma ci sembrava importante metterci in ascolto per comprendere dal «di dentro» ciò che sta avvenendo. La Chiesa ha sempre bisogno di lasciarsi evangelizzare dal mondo del lavoro. È successo a voi e deve poter accadere anche oggi. È prezioso il vostro contributo, per aiutarci a fare discernimento. Sullo sfondo risuonano ancora tremendamente attuali le parole di Paolo VI al Centro siderurgico di Taranto la Vigilia di Natale 1968:

«Vi parliamo col cuore. Vi diremo una cosa semplicissima, ma piena di significato. Ed è questa: Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O Noi forse non vi comprendiamo abbastanza? Sta il fatto che il discorso è per Noi abbastanza difficile. Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo. Voi pensate e lavorate in una maniera tanto diversa da quella in cui pensa ed opera la Chiesa! Vi dicevamo, salutandovi, che siamo fratelli ed amici: ma è poi vero in realtà? Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte. Una volta non era così. Ma questa separazione, questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere. Non è questo il momento di spiegarvi perché. Ma per ora vi basti il fatto che Noi, proprio come Papa della Chiesa cattolica, come misero, ma autentico rappresentante di quel Cristo, della cui Natività noi questa notte celebriamo la memoria, anzi la spirituale rinnovazione, siamo venuti qua fra voi per dirvi che questa separazione fra il vostro mondo del lavoro e quello religioso, quello cristiano, non esiste, o meglio non deve esistere».

In nome dell’incarnazione dobbiamo abbattere distanze e steccati. Il lavoro è vita. Per questo, nei luoghi di lavoro passa il Vangelo con la sua vitalità e forza. Il Cammino sinodale delle Chiese in Italia sta vivendo la fase sapienziale di discernimento. Un punto fondamentale è la missione secondo lo stile di prossimità, interpretata come la capacità di stare in mezzo, di camminare accanto alle persone, soprattutto negli ambienti di vita. Il lavoro è luogo di soglia, perché si colloca su fragili confini: fra valorizzazione e sfruttamento, fra passione e depressione, fra impegno e costrizione, fra gratuità e stipendio, fra solitudine e comunità, fra esclusione e inclusione, fra povertà e ricchezza. Per la pastorale della Chiesa il lavoro deve rimanere spazio aperto di condivisione, di confronto e di testimonianza. La prossimità si esercita in molti modi. Nel riappropriarsi del lavoro come esperienza di comunità. Nel difendere i diritti di chi può essere calpestato. Nella vicinanza quotidiana alla vita delle persone. Nel trasformare sfruttamento e ingiustizia in solidarietà. Come scrive la Fratelli tutti,

«il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo» (FT 162).

Il compito dei credenti in Cristo non potrebbe essere quello di permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di prendere consapevolezza di questa profonda e articolata vocazione nel lavoro? Non si lavora solo per guadagnarsi da vivere, ma per esprimere la nostra umanità e la nostra fede.

Tra l’altro, il lavoro potrebbe rinnovare il linguaggio dell’evangelizzazione. Più accessibile alla vita. Meno clericale o ecclesiastico. Più prossimo ai sogni dell’umanità. La Chiesa incontra la vita, si lascia convertire e ne esce trasformata. Vede all’opera il Risorto in modi e sentieri inimmaginabili. Come scrive don Luisito Bianchi:

«Dalle mie riflessioni in questo anno e mezzo di fabbrica debbo tirare la conclusione che, oggi, in questo tipo di Chiesa l’evangelizzazione dei Poveri è impossibile, almeno se si vuol essere questa Chiesa. C’è però, una fase precedente all’evangelizzazione ed è quella della profezia. (…) La mia scelta dovrebbe significare che la Chiesa non deve essere clericale; un segno nei confronti della Chiesa e del mondo. Ma la prima può recepire il segno finché rimane arroccata sulle sue posizioni di potenza? E il mondo, i miei amici, possono accogliere il segno se a loro non importa nulla della Chiesa e di come deve essere?» (I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi 2008).

Le domande mantengono tutta la loro freschezza. Ci provocano alla profezia.

BRUNO BIGNAMI


Queste pagine sono tratte dal sito dell’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro

della CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
(https://lavoro.chiesacattolica.it/2-seminario-nazionale-dei-preti-operai-in-italia/)

A partire da questo link è possibile vedere una serie di fotografie dell’incontro di Bologna.

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