Riportiamo l’intervento di Gianpietro Zago al 4° seminario di suore e preti al lavoro che si è tenuto a Bologna lo scorso 8 giugno 2026.

PREMESSA

A partire dalla. ‘Dignitas infinita’ e da ‘Magnifica humanitas’ mi sento anch’io degno di dignità e di umanità come persona, figlio di Lino e di Maria Da Ros; come operaio, come presbitero operaio, come cittadino, come credente in Gesù di Nazareth.

Posso dire con sincerità di essermi sempre battuto, nelle circostanze diverse della vita, perché la dignità e l’essere umano fossero riconosciuti ad ogni persona. La Bibbia, l’Evangelo di Gesù mi educano al percepirmi creatura accanto ad altre creature e a vivere come fratello di tutto ciò che esiste, in particolare dell’uomo e della donna fatti a ‘immagine e somiglianza’ del Vivente. Ho imparato a rispettare la dignità di cui anche il nemico è portatore, senza inchinarmi davanti a nessuno.

Sono vissuto e vivo non mantenuto: “alle mie necessità hanno provveduto le mie mani” …alla maniera di San Paolo. Trovo molto infelice e offensivo quanto scrive Giuliano Zanchi (in Rivista del Clero, marzo 2026): “…il nostro ministero (parla di chi siamo noi/lui preti) serve a rendere la comunità come un secondo corpo di Cristo, e per questo non andiamo a lavorare, diamo tutto il nostro tempo, ci fanno studiare, ci pagano, non mettiamo su famiglia…”.

Nell’omelia dell’ ordinazione presbiterale (24.03.1984) dopo 10 anni di lavoro operaio come diacono (14.07.74), il Vescovo Eugenio Ravignani mi diceva: “Vieni operaio che diventi prete… il tuo posto è là nella fabbrica…”. È stata una maniera per tradurre quanto Presbiterorum Ordinis dice al n°8, testo che traduce in riferimento al presbiterio la visione di Chiesa come comunità di diversi, eomunione di corresponsabili. E noi siamo ancora qui a mostrare che è possibile essere Chiesa in questo modo, migliori di nessuno, discepoli dell’unico Maestro e Signore.

CHI SIAMO STATI?

“Ricordati di tutto il cammino fatto…” (Deut 8,2)

– una febbre nel corpo ecclesiale

– un imprevisto sull’onda del Concilio, delle esperienze dei P.O. francesi

– (forse) una malattia da curare

– una pietra di inciampo: ci siamo sentiti dire: ‘ma ti setu dei nostri?’

– …

Ho avuto (abbiamo avuto) il coraggio di vivere, di dare traduzione ad alcune intuizioni del Concilio, alle sfide del ’68; siamo usciti da… per immergerci nella realtà / vita / condizione umana; e così ‘siamo andati all’Inferno’.

Mi sono fatto compagno di strada di lavoratori e lavoratrici e al tempo stesso per loro un interrogativo: ‘MA PERCHÉ TU VIVI COSÌ?’ Una delle domande più, belle che custodisco ancora oggi come grazia e dono, come ricerca dì senso nel mio restare cercatore di Dio Vivente.

La condivisione della vita operaia mi ha portato a essere una presenza dentro…un tempo che non esiste più ma che va sempre conosciuto / scrutato / amato perché sempre tempo di salvezza, abitato dalla compagnia dell’Invisibile che si è fatto visibile, carne, fragilità, vicinanza e assenza, compagnia e solitudine.

Sono stato un sognatore: ho sognato e sogno una comunità cristiana in cui lo Spirito dell’unità è lo stesso Spirito della diversità, in cui i diversi carismi e doni provengono tutti da una stessa fonte e si armonizzano perché il corpo è uno solo ma le membra sono molte (I Cor12).

Con fierezza e umiltà dico: so cosa significa vivere con il lavoro delle mani: per 36 anni operaio del legno / ferro. Con gratitudine e inchinandomi davanti al mistero della vita dico: ho potuto vivere il ministero secondo Melchisedech, non secondo Aronne; soprattutto un ministero della Parola dietro a Gesú, FILIUS DEI FABER.

Ho esperimentato la verità della Parola: “Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte”. Per tanti è ancora così e poi c’è il sudore della umiliazione, del licenziamento perché ‘indesiderato’, perché ritenuto ‘una disgrazia di famiglia’. Non so spiegare come, ma ho perseverato e del dono della perseveranza non rendo mai grazie abbastanza. Ho perseverato perché qualcuno si è  posto al mio fianco (presbiteri, amici, compagni/e) e ho sentito calore, amicizia, compagnia, condivisione fino… Sono vissuto non di religione ma di un salario che ha liberato alla gratuità il mio essere credente, testimone del ‘gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date’. Sono (siamo) uscito da… e sono diventato un fuoriuscito agli occhi di tanti; vivo fuori dall’Istituto per il Sostentamento del Clero con la fiducia nella Provvidenza che interrogo: domani, io di chi sarò? A volte, interrogato sul senso dato alla vita / al ministero / al lavoro… rispondo quasi sorprendendomi mentre lo dico: Sono vissuto per niente e cioè alla maniera di Giovanni Battista: solo un garzone del Signore Gesú di cui mi sento servo, semplicemente servo, perché ‘Lui cresca e io diminuisca’.

Vissuto coltivando / amando / dilatando una intuizione: et-et, stola e tuta da lavoro, lotta e contemplazione, abitare la terra e nutrirmi di fedeltà all’Evangelo … ancora oggi rimane valida la regola di San Benedetto: ‘Prega e lavora’…

Questo non deve andare perduto: oggi si rendono necessarie alla luce dei segni dei tempi altre sintesi, ma gli elementi da miscelare rimangano ancore quelli. Non ‘roba’ per qualcuno ma il ‘necessarium’ per essere ancora discepoli di Colui che si è fatto uno di noi, come noi per manifestare il volto del Padre e per adorarlo ‘in spirito e verità’.

E OGGI?

Grazie a quanti si ricordano di me (noi); grazie a Mons. Matteo Maria. Vissuto all’insegna del ‘pregare e fare ciò che è giusto in mezzo agli nomini’, non mi sento e non sono né un intellettuale né un teologo. Constato che nella comunità cristiana si parla di tutto, anche di intelligenza artificiale e si fa fatica a tenere viva la memoria e a ispirarsi allo stile di GESÙ FILIUS DEI FABER (ecco il titolo del libro in cui raccolgo il mio cammino di credente e di operaio).

Il contributo di vita e il linguaggio è quello di chi conosce personalmente la fatica del lavoro, il sudore, l’umiliazione, la lotta per la giustizia come parte integrante dell’annuncio dell’Evangelo, l’impegno sindacale, la passione per la pace e la salvaguardia del creato… Il tutto unito all’ascolto della Parola, all’amore al silenzio, al desiderio del confronto con altri.

Lo scorrere degli anni ha favorito la riflessione sull’essere seme gettato in terra… tralcio unito alla vite… voce prestata alla Parola… parte di un popolo dai molti volti e nomi… Ne risulta che vivo senza far rumore: mi sono stati chiesti dei ‘servizi’ ecclesiali che ho svolto e svolgo con sincerità, con ‘parresia’ e ‘macrotimia’, ascoltando e dicendo senza presumere di essere migliore dl nessuno.

Mi sono fatto una filosofia di vita: ‘finché servi, servi; quando hai servito, non servi più’. Sono sereno e lieto, fiero di un cammino, di una storia che ricordo e non dimentico.

In occasioni che si presentano sottolineo che il lavoro rimane un luogo privilegiato di lettura / conoscenza della realtà, del muoversi dei soggetti della società, della pace e della guerra, della giustizia e salvaguardia del creato.

QUALE EREDITÀ?

Faccio mia l’espressione di Abram (Gen15,2): “IO ME NE VADO SENZA FIGLI”.

Non è malinconia, consapevolezza. Ho (abbiamo) tenuta viva l’icona di Gesù operaio a Nazareth… desiderando, sollecitando, proponendo che il 1° maggio diventi la festa di Gesú FILIUS DEI FABER (Mt13,55 Mc6,3).

Sembra che ci vergogniamo di essere al seguito di Dio carne umana, volto di un operaio. Infatti si sente dire sempre più spesso: ‘lu le vignest ma ades ghe se noialtri’, tanto che un cardinale ha scritto un libro dal titolo ‘Siamo noi il vangelo’.

Anche Gesù ha conosciuto l’irrilevanza anzi l’ostilità, l’esclusione e la condanna a morte come bestemmiatore.

Consegno ad altri un et-et e il valore di una vita irrilevante ma che ha l’ambizione di essere tenuta in piedi da due gambe:

– la condivisione della vita di tutti dando continuità al farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth; non resistenze parallele, vite ritmate non da agende proprie ma ‘le gioie e le speranze… sono / coincidono / fanno un tutt’uno con le mie gioie e speranze’ (Proemio Gaudium et Spes);

– la gratuità e solidarietà del vivere ‘come loro’ nella consapevolezza della mia parzialità, vissuta come apertura all’incontro con altre parzialità per realizzare l’unico poliedro della vita.

L’irrilevanza la traduco così: non mi chiedo più a cosa è servita la mia vita; mi domando chi servo oggi con la mia vita?

Me ne vado consapevole di essere stato e di essere solo un garzone del Regno, mai servo di nessun padrone, mai servo di potenti di turno. Ho dato ai miei giorni e conservo una priorità: “Cercate prima IL REGNO DI DIO E LA SUA GIUSTIZIA…” (Mt6,33).

…vivendo così attendo con fiducia il mio terzo giorno.

Gianpietro Zago, presbitero

Bologna, 8 giugno 2026

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