Il 25 gennaio 2025 all’eremo di Argon noi, pattuglia residua dei pretioperai lombardi, ci siamo incontrati per esprimere il nostro “sguardo” sullo Strumento di lavoro per il sinodo italiano.
In questo file PDF puoi leggere alcuni degli interventi, molto diversi tra loro.
Il 1° marzo ci siamo di nuovo incontrati per decidere, a partire alla nostra esperienza, quali indicazioni noi PO possiamo proporre al cammino sinodale delle chiese italiane. Quello che un anno fa chiamavamo IL NOSTRO SGUARDO (ricordi il libretto con quel titolo?) prova a diventare più preciso…
Di seguito, il documento che abbiamo inviato al Sinodo:
Sul dopo Sinodo
CONTATTO DIRETTO
Nel primo seminario nazionale dei preti operai, tenuto a Bologna il 19 giugno 2023 per iniziativa del cardinal Zuppi, presidente della CEI, ci è stato chiesto di fornire un nostro contributo ai lavori sinodali in corso. Aprendo il seminario don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI così diceva: “Emerge prepotente il legame tra l’esperienza dei preti operai e il modello di Chiesa sinodale voluta da papa Francesco: una Chiesa decentrata e in ascolto, in discernimento e capace di profezia”.
Usando la parola “esperienza” si fa riferimento non a qualche episodio, ma all’intera vita lavorativa collocata nei rispettivi posti di lavoro, una dislocazione in territori totalmente laici, con un’attività quotidiana ritmata dal dover produrre beni o servizi. Ne deriva uno “stile di vita”, che assomiglia in gran parte a quella degli altri compagni e compagne di lavoro, che si guadagnano da vivere. Questo ha reso a noi possibile la totale gratuità del ministero presbiterale. Un tale stile non è contro nessuno, ma fa brillare quella parola evangelica che dice: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Una tale testimonianza non passerà mai di moda se si prende sul serio l’Evangelo. Luisito Bianchi nelle sue numerose opere sosteneva che anche questa sola motivazione era più che sufficiente per giustificare il lavoro del prete.
Abbiamo accolto l’invito ad operare per la miglior riuscita del sinodo. Mettendo insieme le nostre forze, con la collaborazione delle ACLI di Milano e della CGIL della Toscana, abbiamo costruito un libretto, Preti operai. Il nostro sguardo, fatto pervenire al cardinal Matteo Zuppi e all’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI. A monsignor Erio Castellucci, vicepresidente della CEI per l’Italia settentrionale, la pubblicazione è stata consegnata in occasione della prima Assemblea sinodale della Chiesa italiana (15-17 novembre 2024).
Nel libretto si esprimeva il nostro stupore nel vedere praticamente assente la parola “lavoro” dai documenti sinodali allora apparsi. Con la nostra pubblicazione abbiamo pensato di fornire un’informazione minima ed efficace perché il tema del lavoro fosse inserito nei documenti finali. Scrivevamo che un Sinodo che dovesse prescindere dalla quotidianità vissuta da milioni di persone, uomini e donne alle prese con il lavoro, rischierebbe l’astrazione di parole senza vita inciampando in quella che papa Francesco, citando Giovanni Paolo II, chiama una forma di “introversione ecclesiale” (EG 27).
Nella prima Assemblea sinodale nazionale Roberto Fiorini, invitato dal cardinal Zuppi, ha avuto la possibilità di toccare il tema utilizzando i due minuti concessi ad ogni intervento. Così la parola “lavoro” è stata evocata all’interno della basilica di San Paolo fuori le mura alla presenza di tutti/e i/le mille delegati/e. Possiamo dire che nei Lineamenti e nello Strumento di lavoro c’è stata una certa ricezione della parola “lavoro”, e questo è certamente positivo. Rimane comunque l’impressione di un qualcosa di aggiunto che non incide effettivamente nella logica del discorso. In proposito riportiamo una considerazione di un nostro compagno di lavoro, Giampiero Zago, della provincia di Treviso, che scrive: “La parola lavoro è solo citata nei documenti: non c’è mai un tentativo di capire il lavoro oggi, le sue trasformazioni, il suo senso o non senso, l’incidenza dell’economico nella vita delle persone, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi”.
Guardando avanti, pensiamo che vada preso sul serio quanto leggiamo nella scheda 2 dello Strumento di lavoro, che propone (punto n.) di “promuovere il lavoro dignitoso (sul piano economico, relazionale e di riconoscimento) con particolare attenzione al mondo giovanile e alle aree a rischio di spopolamento, promuovendo iniziative concrete e reti all’interno della società, favorendo collaborazioni tra Diocesi e tra Uffici diocesani, elaborando sussidi e materiali per le comunità”.
Il nostro intendimento è cercare di dare concretezza a queste parole contando su quanto abbiamo appreso nelle nostre esperienze vissute. Non ci riferiamo alla dimensione nazionale, ma ai livelli locali: diocesi e unità pastorali.
1. Conoscenza. Occorre un minimo di informazione sull’assetto produttivo del territorio e del personale impiegato, della quota di disoccupati/e. Nel nostro libretto abbiamo utilizzato alcune voci che servono a declinare un quadro che aiuta ad uscire dalla genericità della parola “lavoro”:
• Di lavoro si muore
• Povertà, lavoro povero e salario minimo
• Donne e lavoro
• Giovani e lavoro
• Il lavoro degli immigrati
• Le dimissioni dal lavoro.
2. L’obiettivo che ci si propone è quello di entrare in rapporto diretto non con tutti, cosa impossibile, ma con una quota significativa di lavoratori e lavoratrici.
Ad esempio: se in un determinato territorio vi è una presenza importante di immigrati/e, si può scegliere questa opzione dando loro la parola e ponendoci in ascolto. L’ascolto è la primissima cosa da fare. Da lì e solo da lì possono svilupparsi dinamiche interessanti e fruttuose, capaci di coinvolgere un cerchio di persone più ampio.
In un’altra zona potrebbe essere significativo il lavoro femminile: sappiamo che è meno retribuito di quello maschile e presenta problemi particolari, legati alla conciliazione con la maternità o all’esposizione alle molestie. Anche in questo caso occorre porsi in ascolto. È la maniera migliore per dare dignità alle persone.
Parliamo delle difficoltà di incrociare giovani. Le loro percentuali di disoccupazione sono ampiamente superiori alla media. Una quota importante di giovani qualificati/e lasciano l’Italia alla ricerca di lavori stabili e remunerativi all’estero.
Noi pensiamo che si possano avviare riflessioni sul tema del lavoro come prospettiva per costruirsi un futuro.
Aggiungiamo il lavoro povero che tocca milioni di lavoratori/lavoratrici e famiglie. Sì, il lavoro c’è, ma il guadagno è insufficiente per vivere in famiglia. Si potrebbe immaginare anche il coinvolgimento della Caritas dando un taglio sociale più che assistenziale, rendendo visibile l’iniquità di rapporti di lavoro con retribuzioni insufficienti rispetto alla quota di lavoro quotidianamente prestato.
Abbiamo fatto questi cenni e poniamo una domanda: è possibile investire energie per passare da queste problematiche vissute in maniera individualistica allo scoprire insieme forme comunitarie, identificando i problemi e le possibilità comuni?
Se si intraprendessero iniziative in diversi territori, in pochi anni si potrebbero avere esperienze diverse, anche confrontabili, nella misura in cui si è riusciti a passare culturalmente da una situazione individuale a soggetti che hanno scoperto la dimensione comunitaria nella quale si trovano coinvolti.
3. “Promuovere il lavoro dignitoso (sul piano economico, relazionale e di riconoscimento)”. Il verbo “promuovere” implica non solo dei propositi, ma anche una certa efficacia sul piano operativo e dei risultati. Qualsiasi risultato positivo nei tre livelli indicati ha dei costi, e sui costi si apre oggettivamente un conflitto che illustriamo nel nostro libretto, dove diciamo (pag. 18) che la nostra società è “dominata da “una nuova concezione dell’impresa, fondata sulla massimizzazione ad ogni costo, e a breve termine, del suo valore di mercato in borsa, quali che siano il suo fatturato e le sue dimensioni produttive” (L. Gallino, L’impresa irresponsabile, Einaudi, Torino 2009, VIII). Questa concezione non si limita alle grandi imprese, ma ha contaminato anche le realtà più piccole che di fatto devono allinearsi a questa logica di mercato. Stando così le cose è inevitabile la perdita di valore del lavoro, ridotto a merce e svuotato del suo contenuto umano. In una società dove il denaro conta più del lavoro umano, la stessa vita dei lavoratori diventa un fattore secondario”.
Dunque, operare perché il lavoro corrisponda alla dignità di ogni persona, nei tre livelli indicati, espone oggettivamente al conflitto. Si è disposti/e, si è in grado di affrontarlo? Con chi? Con quali alleanze? Vi è un sostegno da parte delle comunità cristiane, o queste rappresentano addirittura un ostacolo?
Comunque, se non si vuole che la promozione del lavoro dignitoso non rimanga lettera morta, occorre prendere sul serio coscienza dei problemi che le domande poste mettono in luce.
4. Un’ultima avvertenza che viene dalla nostra storia. Se si decidono iniziative che vogliano coinvolgere operai/e e lavoratori/lavoratrici dipendenti, evitiamo di passare attraverso le gerarchie di fabbrica o del luogo di lavoro (proprietari/e e dirigenti) perché sono portatori di interessi che non coincidono e non di rado sono antagonisti agli interessi dei/delle lavoratori/lavoratrici dei livelli più bassi. Occorre un contatto diretto con le categorie inferiori, dando a loro per prime la parola e l’ascolto.
Sul dopo Sinodo
Il rischio più grande è che il Sinodo venga ridotto a evento da ricordare con le dinamiche interne che orientino nella direzione dell’autoreferenzialita, più che verso una Chiesa in uscita. Noi pensiamo che questa potrà prendere vita soltanto se continuerà e si implementerà la capacità di ascolto che è stata sperimentata in questi quattro anni. Dare la parola perché chi non ha mai parlato possa raccontare la sua storia. Qui ci riferiamo in particolare alle persone che lavorano, che sono fuori della nostra portata. È quanto si afferma nei Lineamenti al n. 23: “Il Cammino sinodale incoraggia a dare spazio e tempo a queste voci, a questi incontri, a quanto solitamente non vediamo”.
Una Chiesa priva di questi racconti non vede una grandissima parte di realtà e di vita.
La Chiesa ha bisogno di testimoni oculari che ci narrino quello che noi non vediamo, e che i media occultano. Saranno loro ad aprirci gli occhi sulle reali condizioni esistenziali di chi si guadagna da vivere e ci accorgeremo che il Vangelo parla di loro e a loro è destinato.
A partire dalla nostra esperienza, proponiamo che:
- Dove c’è una lotta per la difesa del posto di lavoro, la comunità cristiana (battezzate/i laiche/i e battezzate/i ministre/i) sia presente, prendendo la parte delle/degli lavoratrici/lavoratori.
- La comunità cristiana si impegni a rigenerare relazioni, perché nessuna/o si senta abbandonata/o nella propria vita lavorativa, ma si senta parte della comunità. Si presti attenzione alle persone più fragili. Il ricreare una rete di relazioni rende più forti nella crisi, e la previene. Coltivare il senso di comunità significa che per la Chiesa esserci è incarnarsi nella vita concreta delle persone.
- Gli Uffici diocesani per la pastorale sociale e del lavoro siano osservatorio delle situazioni di crisi del territorio, sostengano le comunità locali che si fanno prossime a lavoratrici/lavoratori in difficoltà e recepiscano le loro istanze.
- La Chiesa, a tutti i livelli, promuova la cultura dei diritti, perché lavoratrici e lavoratori diventino consapevoli dei propri diritti e li difendano. Facendo questo, la comunità cristiana accetti di stare nel conflitto dalla parte delle/degli sfruttate/i. L’impegno va tradotto nello specifico a seconda delle esigenze del territorio.
PRETI OPERAI
1° marzo 2025