AUTONOMIA FINANZIARIA

Mi diceva Mario, uno degli otto compagni di turno nel grande reparto, mentre mi si fermava accanto un attimo, prima di riprendere il suo passo svelto per qualche manovra a una tina puzzolente:- Voi preti fate il commercio più schifoso perché commerciate Dio. Esista Dio o no, ma non esiste, ne sono certo, siete riusciti a venderlo alla gente ignorante, a fare soldi dove nemmeno i più furbi dei padroni hanno pensato di trarre guadagno”.

Così inizia don Luisito Bianchi il suo “ Monologo partigiano sulla Gratuità (Appunti per una storia della gratuità del ministero nella Chiesa): un libro pubblicato nel 2004, ma che lo ha accompagnato nella stesura per parecchi anni, soprattutto dopo l’esperienza di lavoro in una fabbrica chimica che lo portò alla scoperta di una “ Parola “ che campeggerà su tutta la sua esperienza personale: Gratis accepistis, gratis date. La gratuità assoluta nell’esercizio del ministero, radicata nell’ammonimento evangelico, poteva essere la risposta di uomo e di prete all’interogativo di Mario.

Infatti la gratuità del ministero è una istanza che appartiene alla tradizione più autentica della Chiesa: si tratta quindi di una questione di Chiesa e non tanto di un fatto puramente personale, o di “ metodo pastorale “ lasciato alla generosità di qualcuno. Ed è per questo che don Luisito fin dall’inizio scrive:” Perchè è proprio uno scandalo che attorno a un annuncio, che la mia Chiesa proclama, di un Dio gratuito, circoli del denaro o per tariffe o, peggio ancora, per libere offerte con un minimo, s’intende, o per altro. Ebbene questo scandalo la mia chiesa non l’ha mai voluto; se così non fosse, avrebbe ragione Mario, e io sarei un disonesto”.

Io ho avuto la fortuna, ma anche la grazia, di essere nato in una famiglia ricca di figli ( 4 fratelli e 4 sorelle) ma estremamente povera di risorse economiche. L’obiettivo dei miei genitori non era arrivare alla fine del mese, ma arrivare a sera avendo buttato qualcosa nello stomaco perché potessimo almeno prendere sonno. Finite le elementari, trovare un lavoro è stato il mio primo pensiero, perché si doveva non pesare troppo in casa così il papà ( fabbro) poteva far quadrare il bilancio familiare.

Compiuti i 14 anni, nel pomeriggio di un “ lunedì di barbiere” (ero occupato come garzone presso una bottega di barbiere- sarto) , il curato del paese incontrandomi vicino alla chiesa, mi avanzò inaspettatamente la proposta se mi sarebbe piaciuto riprendere a studiare in seminario . Ne parlai a casa con mio padre; e la risposta fu:” Qui di soldi non ce ne sono!”, Ma il problema non esisteva perché ci avrebbe pensato don Antonio. E così cominciò la mia avventura , assolutamente non pensata ma accolta come opportunità da non lasciare perdere.

La vita di seminario aveva il potere di espropriare il ragazzo del suo habitat naturale, del suo spontaneo quadro di riferimento familiare facendolo crescere in un totale “ spaesamento” con l’obiettivo di prepararlo ad essere di tutti e di nessuno.

Terminati gli studi, e uscito dal seminario, il ruolo di prete mi è apparso subito faticoso da sostenere, ed è riemersa in me la mia originaria appartenenza ad una classe di gente che lavora e parla poco, che non ha particolari paure perché possiede poco o niente, che sa gustare e gioire della solidarietà ricevuta e donata, che non coltiva il senso della proprietà ma tiene in grande considerazione la dignità della persona.

Nella mia riflessione sono partito da don Luisito anche se la sua scelta di entrare in fabbrica non fu tanto quella della condivisione operaia quanto di esercitare un lavoro per mantenersi e non far così dipendere il suo sostentamento dal fatto di essere prete.

Il mio obiettivo infatti è quello di evidenziare come l’autonomia finanziaria, il vivere cioè del proprio salario guadagnato giorno dopo giorno alla catena di montaggio a fare scarpe da donna per 30 anni (o altro lavoro dipendente/salariato), sia stata determinante per sentirmi libero da qualsiasi condizionamento nel decidere le scelte che la vita mi ha messo davanti.

E la prima cosa che è necessario fare, quando ‘ devi ‘ prendere una decisione che cambierà radicalmente la tua vita è quella di porsi nella condizione che indietro non puoi più tornare: cioè non scegliere di fare una esperienza ma di metterti in una condizione di vita in cui fondamentale è il praticare un lavoro che ti dia la possibilità di mantenerti con le tue mani, come lo è per tutti. Questa scelta per me è pregiudiziale perché la tua quotidianità sia reale.

MINISTERIALITA’ CONDIVISA

Il campanile delle nostre parrocchie non è più il rferimento della maggioranza delle persone , non abbiamo più l’esclusiva del senso della vita. Dobbiamo quindi amare questo tempo, questa cultura; ma soprattutto cercare il bene di questo tempo profano, perché è dentro questo tempo che si può realizzare il nostro sogno di Chiesa. E’ necessario misurarsi con un cambiamento profondo che deve avere come caratteristica quella di uscire dal sacro e dal sicuro e amare il nostro tempo; infatti solo in questo contesto il Signore parlerà al nostro cuore.

Tra voi non sia così”(Mc. 10,43): è lo stile di chiesa, di vita, che deve avere il nuovo popolo inserito nella storia i cui rapporti sono regolati dall’uguale dignità di tutti, dalla corresponsailità e dalla partecipazione, dando reale spazio a una ministerialità diffusa e non preclusa a nessuno, a partire dalle donne e dai poveri.

La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il padrone della messe ….”. Con queste parole Gesù non intendeva certamente istituire la giornata per chiedere vocazioni per il seminario. Gesù vede, nell’incontro che ha con le donne e gli uomini che incrocia sulle strade della Palestina, che c’è già una fede che lo precede; una fede elementare, certo, ma grande: “ Non ho mai visto una fede così grande in Israele ( Mt. 8,10). E’ un invito ai discepoli di alzare il capo e rendersi conto che la messe è pronta. Anche tanti di noi PO siamo partiti con l’intenzione di portare il Vangelo e invece siamo stati evangelizzati.

Il gesuita teologo Christoph Theobald parla della necessità in questo momento di un cristianesimo della diaspora, che si manifesta nell’interessamento gratuito per gli altri, indipendentemente dal loro credo e non finalizzato prima di tutto a farli diventare credenti, ma semplicemente ad aiutarli a dare credito alla vita, a mettersi a servizio della grazia prima che è già in loro. Le parole di Gesù sono un invito a “starci semplicemente”, ad esserci. Semplicemente a condividere ciò che è umano, semplicemente a sostenerci nella fiducia e nella speranza.

Il massimo di “ uscita “ per la Chiesa è dunque di uscire senza più rientrare; entrare nella storia degli uomini e starci come parte di un mondo che siamo chiamati a rendere vivibile per tutte e per tutti.

Gianni Alessandria

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