“CHI LOTTA E SOFFRE SU UNA ZOLLA DI TERRA
LOTTA E SOFFRE PER TUTTA LA TERRA”
incontro nazionale PO / Viareggio, 1-3 maggio 1998


 

La mia chiave di lettura della vita di Don Sirio si svolge intorno al tema del paradosso. E mi sembra doveroso spiegare a voi che sul paradosso avete addirittura tenuto un convegno, come sono approdata a questa dimensione e cosa intendo per paradosso.
Da questa estate andavo riflettendo sulla vita di Don Sirio dal punto di vista dell’integrazione. Probabilmente avete già letto quanto ho scritto in proposito per la vostra rivista: la singolare capacità di Don Sirio di integrare due realtà, due polarità in apparente opposizione, le famose coppie degli opposti che tanto ci danno da fare, malati come siamo di una realtà dualistica, scissa. Sirio questa realtà l’aveva non solo composta ma integrata.
Poi, in gennaio, mentre preparavo una breve pubblicazione su Sirio mi sono resa conto che forse si trattava di altro .

Paradosso significa venire crocefissi lungo due polarità…

Le pagine del suo diario, quelle del periodo di Bargecchia che precede la scelta di vita operaia e tanto più quelle in cui descrive la fatica della vita di cantiere, mi sono sembrate la narrazione di un percorso particolare. Ecco, mi sono detta, Sirio, vivendo fino in fondo la chiamata dello Spirito e l’immersione nella materia ha vissuto sulla sua pelle il paradosso. Senza rinunciare né a un elemento né all’altro. Crocefisso lungo queste due polarità alle quali non si era sottratto.

…Solo dopo la morte emerge il nuovo, il disegno si svela

E poi un ulteriore passo avanti. La persona che più tardi esce da questa duplice esperienza è altra, nuova, diversa. Nata, come dire, da un imponderabile altro . Non somma di due elementi e neppure il risultato di quell’integrazione che avevo letto.
Mi trovai davanti a quel mistero che avviene, a quello scarto di qualità che emerge quando percorriamo sino in fondo, senza sottrarci, coraggiosamente, due polarità, le teniamo insieme e su di esse rimaniamo inchiodati. A questo cammino segue la morte del non sapere più come procedere oltre, il buio dell’anima. Poi la vita misteriosamente presenta una nuova possibilità: come un dono lungamente atteso erompe il divino, avviene la resurrezione. Il destino, il compito speciale della persona, il disegno unico, particolare si sono affermati.
Nel racconto che vi farò il primo paradosso che visiteremo è quello dello Spirito/Materia, seguirà Solitudine/Comunità . Infine, durante il tempo della malattia, Sirio vive una condizione particolare: sarà nello stesso tempo schiacciato/abbandonato . Al termine di ogni percorso, emergerà sempre un volto nuovo.

Chi era Don Sirio? Un uomo che ha vissuto

Quella di Don Sirio è la storia di un preteoperaio, un rivoluzionario ribelle, poeta, artigiano, scrittore, animatore di un piccolo giornale, vivido pensatore. Ha fatto tante cose, ma soprattutto ha vissuto . La cosa più preziosa di Sirio, infatti, è stata la sua stessa vita, quell’uomo nuovo che periodicamente nasceva e rinasceva, aiutandolo a percorrere le tappe di un disegno misterioso che si sarebbe lentamente svelato.
Vorrei andare con voi alla scoperta di questo uomo nuovo , raccontarvelo così come l’ho vissuto nei 14 anni di vita della piccola comunità del Porto, ma soprattutto come lo capisco e ricapisco col passare del tempo. Come lo leggo arrivata a questo punto della mia vita, con tutte le vicende che mi sono accadute. È da questa sponda che vi offro la mia lettura di lui.

 

Incontra lo Spirito, il primo elemento del paradosso

Forse pochi di voi hanno avuto modo di conoscere il Sirio prima edizione . È nato in un paesino della Versilia nel ’20 e ordinato prete nel ’43, i suoi anni del seminario (’34 – ’43) sono stati duri come per tutta la sua generazione. Ne esce un prete come tanti anche se forse più vivo di altri. Gli viene assegnata nel ’45 una parrocchia a Bargecchia, un paesino delle colline alle spalle di Viareggio. Vi rimarrà circa 10 anni. In quel periodo è zelante come molti giovani preti, prende sul serio il suo ruolo.
È solo intorno al ’50 che si opera in lui una lenta metamorfosi, è come se Dio lo chiamasse una seconda volta. Viene trasformato da una presenza che lentamente e sempre di più lo invade. Vi sono molte, molte pagine del suo diario di allora nelle quali racconta di come non possa fare a meno la sera, finita la sua giornata, di mettersi lì, in ginocchio, di fronte al tabernacolo dal quale non riesce a staccarsi. Vi rimane delle ore, fino a notte inoltrata. Senza capire, patendo una violenza: “entrava da me come il Signore, mi invadeva” dirà, ma consentendo. Lui e Gesù. Soli. Accetta di farsi modellare, si sente impaurito, inadeguato, disorientato, ma non fugge.
E a poco a poco, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro – ci vorranno degli anni – il suo cuore si dilata e Don Sirio si innamora perdutamente di Gesù. È un amore, come dirvi, disarmante, commovente il suo. È proprio un amore di innamorato che si abbandona al sogno di tutti gli innamorati: una vita a due. Perché nel suo progetto iniziale non c’era ancora una scelta di classe. Ma semplicemente un diventare povero e spogliarsi di tutto perché … cosa contavano più la sicurezza e lo status sociale? Aveva trovato l’amore. Diventa insofferente dell’attività di parroco, intanto conosce i Piccoli Fratelli di Gesù e viene profondamente influenzato dalla loro spiritualità. “Devo guadagnarmi ogni cosa con le mie mani, come tutti, mi sono detto. E la scelta di fede, i sacramenti, il mio convincimento li devo offrire”.

Diario – 8 settembre 1955. Anche oggi sono stato lì. Più che ho potuto. A volte come schiacciato sul pavimento. Senza certezza e chiarezza interiore. Solo con una volontà tenace di Amore. Come perdersi nella tremenda verità e realtà dell’Amore di Dio e guardare per ore e ore quell’ostia. Lasciarsi sopraffare trascinare dentro entrare totalmente in quel Mistero incredibile e impossibile. Essere questo Amore. L’unico Amore vero.
Amore silenzioso dentro le viscere dell’umanità per salvarla e redimerla. Entrare dentro questo Amore per entrare dentro nel profondo dell’umanità. Non desidero che questo per tutta la vita. Mi è venuto tante volte da ribellarmi e ho accettato questa ribellione con semplicità. Ho pensato che sono uno sciocco ed un illuso e ho detto: pazienza. Ho riflettuto che ho complicato terribilmente la mia vita e ho detto: ormai è così. E sono rimasto lì piegato in ginocchio cogli occhi perduti in quell’ostia. Ripetendo: ti amo.

 Sceglie di vivere sullo stile dei Piccoli Fratelli, ma non può entrare nell’ordine perché il suo vecchio vescovo, mons. Torrini, non vuole. Già Arturo Paoli aveva lasciato la diocesi per seguirli, non è disposto a perdere un altro sacerdote e poi ha una particolare tenerezza, un senso di protezione verso Don Sirio che si era ammalato in seminario di una grave pleurite che gli aveva lasciato un vizio valvolare. Era sempre malaticcio, faceva una vita (dicono qui) come un bicchierino sciacquato e così il vescovo non voleva rischiare.
Se non può andare con i Piccoli Fratelli, Sirio comincia a vagheggiare una vita di coppia, due cuori e una capanna : «io e Te – dice – cercheremo una casetta ed abiteremo insieme». Non ha in mente altro che questo.

Si immerge nella materia, il secondo elemento del paradosso

E così nel febbraio del ’56 approda a Viareggio, in darsena. Cerca casa, la famosa casetta che vagheggia: gli segnalano l’esistenza di una specie di baracca, l’ex stazione sanitaria dei marittimi. Abbandonata durante la guerra, era stata smantellata, non esisteva più il tetto, una parete era crollata, eppure lì si era rifugiata una giovane donna sventurata, Primetta, la prostituta del porto: insieme a lei vivevano la madre col suo convivente e due dei suoi quattro bambini; di questi ultimi Don Sirio fu in seguito tutore.
Quella casupola gli parve adattissima, nascosta com’era in un angolo della darsena Toscana, fra il canale di ingresso e il cantaccio. Chiesto ed ottenuto dal Comune di sistemare la donna e la sua famiglia in una casa al Varignano, Don Sirio ottiene dalla Capitaneria di Porto la concessione dell’edificio, col patto che ne ricavi una cappella e un’abitazione per lui. Ne nascerà la Chiesetta del Porto.
Cerca lavoro e lo trova presso un cantiere navale. Siamo a metà degli anni Cinquanta: le condizioni di lavoro erano dure, impensabili da affrontare, ci voleva proprio il coraggio dell’incoscienza.
Qui avviene la scoperta (che voi ben conoscete) della fisicità. Un mondo al maschile: l’uomo faber , il demiurgo, i miti di quegli anni… Tanta fatica. La sua spiritualità cambia. Gli sembra quasi di non farcela a reggere in cantiere e nemmeno più a pregare, è sopraffatto: penso che tanti di voi lo abbiano provato. Sopraffatto, stranito, disorientato. Usa un’espressione molto bella: voleva continuare la sua abitudine di adorazione, ma a volte non ce la fa. Dice “Sto qui accucciato accanto a te come un cane di fronte al padrone”. Non ha più l’energia per aprire l’anima, il suo cuore non vola più a nozze.

Diario 19 febbraio 1958 – È un gran freddo stamani; soffia un vento di tramontana che taglia mentre lavoro da carpentiere tracciatore, tra lamiere e longarine di ferro dalla mattina alla sera, sempre in piedi a tracciare segni col gesso, a maneggiare martello e bulino. E spesso sono stanco da non sapere come arrivare all’uscita.
Mi metterei volentieri in ginocchio per il sollievo semplice di piegare le gambe.
La vita è come mangiata da un lavoro da macine, da ingranaggi, da rulli compressori.
La sera a volte mi domando, vedendomi mangiare così le giornate, se devo continuare, se ne vale la pena. Ho la sensazione della stranezza assolutamente pazza di questa mia vita di prete operaio. E mi spaventa l’idea di alzarmi ogni mattina alle 5 per dire un po’ di breviario prima della Messa.
Il senso dell’inutilità mi schiaccia, spesso sono disorientato da problemi di valori umani di carne e di sangue. Sono solo con una voglia infinita di Amore di figli, di qualcosa di caldo e di vivo. Sono solo in questa mia povera strada che non so dove mi porterà perché nessuno ne conosce il tracciato. Ogni sera mi sorprendo di essere arrivato in fondo.

Sirio in questo entrare nel mondo della materia vive fino in fondo diverse variabili: la fatica, il timore di non farcela, l’impressione esaltante dell’acquisizione di una fisicità mai provata. Patisce il rifiuto, viene respinto, vissuto con sospetto ed infine è adottato dal mondo operaio: l’ambiente così forte, così virile, così povero, così in basso ma così caldo lo trasforma.
Quel lungo apprendistato fu per lui una sorta di iniziazione ad un mondo coniugato al maschile: coraggio, tenacia, solidarietà, capacità di sopportare la fatica, il gusto forte delle proprie capacità, essere padroni del mondo ed insieme non contare nulla (altro paradosso…).
Tanto negli anni precedenti ha accettato di non difendersi da un Dio che aveva posto il Suo sigillo su di lui – tanto ora accetta di venire plasmato dal mondo degli uomini. Era volato molto in alto, ora occorre percorrere il cammino opposto. E nel percorso divenne perfino solido e robusto, lui che fino ad allora era magro e allampanato.

Ha inizio la notte oscura…

Sono passati tre anni dal suo primo giorno di lavoro in cantiere quando un avvenimento esterno sembra bloccare il movimento del paradosso, impedendogli di vivere. All’inizio dell’estate del ’59 la Chiesa pone fine all’esperienza di vita operaia obbligando i preti che sono sulla breccia a scegliere: o prete o operaio, che per la nostra lettura è come dire: o Spirito o Materia. Devi scegliere una cosa sola. Non puoi più tenere in piedi il paradosso.
Per ferragosto Sirio prende le ferie e va a passarle in un rifugio sulle Alpi Apuane, ha bisogno di essere solo, davanti al paesaggio assoluto della montagna. Sono giorni difficili, tormentati. È sgomento, a un bivio. Alla fine sceglie il mondo dello Spirito. Torna in cantiere, monco ed in ottobre timbra per l’ultima volta il cartellino. Tutto il ’60 sarà un anno molto duro, le pagine del suo diario ce lo raccontano. Conosce la famosa notte oscura. Non più radicato nel lavoro di cantiere, non trattenuto, tenuto giù, mescolato alla terra, non riesce nemmeno più a pregare.
È come se, abbandonata la materia per lo Spirito, lo Spirito non sapesse più vivere senza la materia. Le due polarità si erano incontrate ed unite e l’una non è più in grado di vivere senza l’altra.

Dal suo diario – 28 gennaio 1960 – Non sono ancora riuscito a trovare lavoro e le mie giornate sono terribilmente sfasate. Ma non solo le mie giornate, è senza senso la mia vita. Perché non riesco a normalizzare la mia presenza qui in questo ambiente di lavoro.
Non riesco a trovare un’impostazione precisa, una strada, un’indicazione e tanto meno un ideale. Vivo spaventosamente a vuoto. Stamani mi domandavo ancora cosa ho combinato nella mia vita.

La rottura del PARADOSSO gli fa esclamare:

Ho bisogno di riprendere una vita spirituale di preghiera e di contemplazione seria, ma so che è impossibile senza un lavoro materiale.
Ho bisogno di guadagnarmi il necessario per tutte le esigenze materiali. Devo uscire da questa provvisorietà così superficiale e disorientata, non posso fare a meno di motivi interiori vissuti o almeno cercati in modo radicale ed essenziale.

Quel giorno conclude dicendo: sono stanco e depresso anche fisicamente, non è facile andare avanti e indietro, girovagando smarriti, gli occhi stanchi, il cuore senza speranza.
Sirio si trova in un vicolo cieco. A un certo punto le luci che ci guidano si spengono, scompare la saggezza antica alla quale attingevamo perché deve apparire il nuovo. Solo allora, quando la luce della conoscenza e della consapevolezza diminuiscono, come per un miracolo qualcosa viene generato e può nascere.
Ricompare il paradosso, ma ora è tutto interiorizzato.

 DIO  <—->UOMO

Diario – 1° febbraio 1960. Dovrei tirare avanti ma non ne ho la forza interiore e me ne mancano le condizioni esterne.
Sento il dovere di vivere tutta la realtà umana, ma non ne sono libero; temo di esserne portato via.
Credo di avere misurato quanto occorre di libertà, cioè di verità, per potere vivere senza pericolo per se stessi tutta la realtà umana. Forse ormai so quanto occorre essere di Dio per potere essere di tutto e di tutti secondo Verità e Amore.

Sirio, qui è veramente in croce: per essere dell’uomo deve essere di Dio, se è di Dio non è dell’uomo, lo è – ma non lo è. Non sa come uscirne. Il paradosso è compiuto.

Nasce l’uomo nuovo

Passeranno ancora mesi e mesi di buio: solo dopo una lunga immobilità generata dal conflitto il nuovo erompe. Nel luglio del ’61 accade un singolare avvenimento esterno e nel settembre si precisa una visione interiore . Come vedremo, essi segnano il tempo della sua nascita: Sirio, d’un tratto, è un uomo altro .
Accadde che nell’estate la Fervet (azienda di riparazioni di vagoni ferroviari) viene occupata dagli operai in seguito a una vertenza non risolta. Da giorni, Sirio ne sente parlare e si reca a vedere. Vi leggo le sue parole:

“Sono andato ed ho trovato gli operai seduti lassù, sul muro di cinta; e sotto i picchetti di polizia e carabinieri. Ho chiesto alla direzione di potere entrare. Niente. Sono ritornato nei giorni successivi, nel pomeriggio dopo il lavoro (aveva cominciato da circa un anno a fare lo scaricatore) per vedere, sapere… Poi qualcuno ha avuto la buona idea di chiedermi se io la Domenica mattina avessi celebrato la messa nella fabbrica occupata (l’imprevisto…). Ho riflettuto e poi ho deciso di andare. Ho messo gli arredi sacri in una valigia, ma non mi sono presentato all’entrata principale ma dalla parte della fabbrica che si affacciava sulla campagna. Mi sono presentato al muro, mi hanno calato una scala, vi sono salito e gli operai mi hanno aiutato a scendere dall’altra parte”.

È fatta, è fra di loro e lì dice la messa. Ha messo insieme i due opposti con un moto istintivo, un movimento facile e felice. Come nuotare al di là del guado. Ha scavalcato il muro, le sue colonne d’Ercole non lo portano verso l’ignoto ma dentro il mondo degli uomini. Ora è veramente nato, generato dall’aver vissuto fino in fondo il paradosso. L’intera città gli riconosce una nuova identità: diventerà punto di riferimento, pietra angolare. Qui a Viareggio l’episodio è perfino entrato nel lessico popolare proprio come «il salto del muro».
Ed ora vi leggo cosa ha scritto nel suo diario in settembre. Racconta una visione nuova che d’un tratto gli si è imposta. È il medesimo, felice supe-ramento del penoso essere inchiodato nel conflitto «essere di Dio/essere dell’uomo» nel quale si era ritrovato.

…Non so cosa mi passa nell’anima. C’è qualcosa alla quale il corpo stesso partecipa e vive. Investe tutto il mondo, raccoglie l’universo intero ed è felicità intima, nascosta eppure universale. Spesso ne ho quasi paura perché non sono ben sicuro della natura e della verità di questa spinta all’abbandono totale. Mi sento offerta a disposizione di un filo d’erba, del mare e dell’azzurro del cielo, di una donna, di un bambino, della vicenda umana, del mistero di tutto e di tutti i problemi dell’esistenza.
Vedo le cose, ormai, più assai che con gli occhi, con una visione fatta di conoscenza dell’essenziale, del nascosto, dell’intimo mistero. So che basta accogliere, aprire le mani e specialmente il cuore pronti a consentire che ogni cosa entri liberamente. Ho cercato di realizzare questa capacità di accoglienza, questo essere pronto a ogni cosa che si presenta ed entra in contatto con me. Ho cercato di togliere via ogni impedimento, anche il più piccolo velo, ogni distanza. E desiderato che tutto, assolutamente tutto possa trovare Amore.
Allora i problemi sono inevitabili: superamento di posizioni, abolizione di difese, accettazione di ogni rischio, adattarsi all’insicurezza. Terrore del senza limiti. Solitudine di mentalità.
Sono arrivato dove comanda solamente l’Amore. Desiderare di essere solo Amore e contentarsi di essere solo Amore. È povertà terribile. È perdere ogni diritto, rischiando di essere meno che nulla. Rimanere vuoti, scavati fin nella radice dell’esistere. Perché a un certo punto il proprio io è un altro: Dio, Gesù Cristo, tu, voi, loro, tutti ed ogni pietra, ogni albero, ogni istante, l’universo, l’eternità, tutto.

Il Don Sirio di Bargecchia, quello operaio, quello in mezzo al guado non ci sono più. Lo spazio è occupato dal Don Sirio uomo nuovo, che poi è quello che avete conosciuto.

Ricomincia un ciclo: sceglie la vita comunitaria…

Da qui è pronto per nuove avventure, fonderà un giornale operaio (breve ed intenso come una fiammata), continuerà a fare lo scaricatore del porto, e il libro che ha scritto da circa un anno, quella Zolla di terra la cui scrittura lo curerà come un balsamo, dà i suoi frutti: se non altro perché per Beppe e per me quel libro fu galeotto. Lette quelle pagine, ci affrettammo a venire a conoscerlo nel lontano ’62, lui da Firenze, giovane seminarista ed io da Roma, giovane studentessa. Il libro spinse anche Don Rolando a stringere i suoi legami con lui.
Nel ’65 Don Sirio lascia la fase eroica della solitudine e con Don Rolando forma una comunità di uomini e donne: il vescovo Bartoletti propone loro di trasferirsi alla periferia Sud di Viareggio. Lo stile di vita sarà caratterizzato dal medesimo leit-motiv: mantenersi con le proprie mani. Don Rolando avrà anche l’incarico di prendersi cura della parrocchia. Nel fermento innovativo del ’68 la comunità rappresentò un autentico crocevia per tantissimi giovani provenienti da ogni parte d’Italia alla ricerca di nuovi stili di vita e di impegno. Quell’originale modello di esistenza rimase unico fra le tante esperienze di comuni e comunità di quei tempi.
Sono cinque anni di esperienza tutta particolare: Sirio si abbandona alla nuova dimensione comunitaria, non è più un sognatore, la comunità è la riprova che è possibile condividere un sogno che perciò non è più tale, è vita.

Sogna ancora la solitudine…

Ma le difficoltà stanno in agguato: non è facile la vita insieme come non lo è stata quella operaia. Da due a tre, in pochi anni saremo undici persone, la crescita è rapida; forse troppo ed inevitabili i conflitti. Ognuno vuole porre il proprio accento, proporre la propria visione: si accende un dibattito sul modo di condurre la parrocchia, i gruppi parrocchiali, giovanili, il catechismo, la democrazia interna… quanto di più estraneo a Sirio la cui caratteristica era tutta nel vivere, non nel fare. C’era anche il tema del rapporto uomo/donna, perché la caratteristica più rivoluzionaria del nostro vivere insieme stava proprio qui: io e Sirio avevamo inaugurato un nuovo modo, scoperto una possibilità di rapporto che permetteva al femminile e al maschile di integrarsi e convivere in maniera radicalmente nuova annunciando la venuta di «nuovi cieli e nuove terre». Sognammo che nel Regno di Dio un uomo e una donna potevano amarsi cantando ognuno il proprio canto, senza bisogno di consumare l’amore. Avevamo scelto di vivere la verginità che fu, per noi, il segno dell’innocenza. (Sarebbe bello raccontarvi il cammino compiuto da Sirio per arrivare qui, il paradosso vissuto fra desiderio e rinuncia prima di scoprire questa dimensione…). Ma la nostra era una modalità non facile da trasmettere.
E Sirio sentì fortemente il desiderio di tornare alla propria unicità, al cammino personale che lo caratterizzava: il conflitto fra comunità e solitudine si fece forte.

Emerge l’altro : l’uomo profeta

Ma, ancora una volta, non volle rinunciare a nessuna delle polarità, le teneva entrambe bene unite. Finché avviene la soluzione. Troppo figlio del suo tempo per non sentire il richiamo del ribollire degli anni ’70, la suggestione dei grandi movimenti di lotta, Don Sirio con un colpo d’ala sceglie… tutto. Coniuga la sua specificità alla comunità. Decide di tornare in città, alla sua amata Chiesina per essere dentro gli avvenimenti che incalzavano ed offre a chi vuole di seguirlo. Così Luigi, Beppe ed io ci trasferimmo in darsena: la bianca, materna Chiesina ci ospitò.
In Darsena approda un Don Sirio diverso. Vi ricordate l’uomo nuovo del ’61, quello pubblico, punto di riferimento? Ora lo sarà molto di più, sono passati 10 anni, siamo nel ’71: è il periodo del movimento ecologico, dell’impegno per la pace. Esce dal cerchio della città e acquista una dimensione nazionale. Ho pensato di chiamare uomo profeta il Sirio di questa fase.
Un profeta tutto particolare, che unisce alla caratteristica di essere proiettato in avanti, spinto da una visione che offre alla gente come una meta da raggiungere – quello spessore, quella fisicità, l’essere ben aderente alla realtà che gli venivano da quanto aveva fino ad allora vissuto. La qualità dello spessore, in ogni sfumatura del termine, non la perderà mai. La materia, la comunità, il rapporto uomo-donna, tutto ha contribuito a renderlo un profeta umano . Un uomo profeta, appunto.
Penso che quando lo avete conosciuto fosse in questa fase: il movimento ecologico, con la lotta alle centrali nucleari e quello pacifista sono due tematiche che vive fino in fondo.
Difendere il creato è stato uno dei suoi sogni. La Terra era da lui vissuta come madre da proteggere; non andava sfruttata, usata, ma salvaguardata, con amore appassionato. (I suoi anni trascorsi al Bicchio, che per lui hanno avuto anche il sapore del ritorno alle origini, hanno contribuito a questo rinsaldarsi del legame fra il creato e la creatura). La materia, questa volta a livello universale, lo spinge a partecipare a molte delle grandi battaglie ecologiche: le lotte contro le centrali nucleari furono da lui combattute con tale passione da portarlo, durante una manifestazione contro la costruzione di una Centrale Nucleare a Montalto di Castro, ad occupare con altri la ferrovia, a essere per questo denunciato, all’esperienza del tribunale e alla successiva condanna a sei mesi con la condizionale. Quando Don Sirio è presente nelle varie manifestazioni, riesce a coagulare intorno a sè energie, la sua figura si staglia, i bianchi capelli al vento… il messaggio che trasmette viene amplificato.
…E poi c’è il Don Sirio della pace: dall’uso civile a quello militare della tecnologia nucleare il passo era breve. Sirio entrò nei movimenti pacifisti nazionali ed internazionali ed anche lì fu punto di riferimento. Si occupò di pacifismo e antimilitarismo, dei gravi e tremendi , come amava definirli, problemi della pace. Qui, come già prima nella sua vita, si manifestò un’altra integrazione, un altro anello saldato: la lotta come amore . In lui quest’apparente contrapposizione riusciva a stare insieme, anzi, riprendeva forza quel leitmotiv lotta come amore che lo accompagnava dal lontano ’56. Per lui volere la pace significava lottare, gli sembrava poco concepibile credere in Dio al di fuori di una coscienza dell’attuale realtà storica: occorreva difendere la possibilità dei popoli di convivere, creare le condizioni perché il Nord del mondo non sopraffacesse il Sud del mondo. Per questo Don Sirio si batté vivacemente nella lotta contro gli armamenti e soprattutto contro quelli nucleari.
Queste due tematiche, insieme a quella mai abbandonata della giustizia sociale, saranno fortemente presenti in lui durante tutto il ’70 e poi negli anni ’80, fino all’88, anno della sua morte. Temi presenti anche nelle sue opere teatrali, quel teatro popolare in versi, che mette a punto a partire dal ’74: tre opere su altrettanti soggetti: la morte nei luoghi di lavoro, l’obiezione di coscienza e la pace. Scrive, trova chi musica i canti, improvvisandosi capocomico mette su una compagnia di giovani e meno giovani, attori, coro e cantanti. Nessuno è professionista, tutti credono in quello che fanno. Nei magnifici anni ’70 era possibile, era anzi comune che la creatività potesse esprimersi: i circuiti alternativi funzionavano, le piazze, le strade, le fabbriche occupate, i teatri (le chiese di meno, in verità) diventavano luoghi di incontro.

Ora è la vita che sceglie per lui l’ultimo paradosso

E arriviamo all’ultimo paradosso di cui voglio parlarvi, saltando vari passaggi, varie morti/rinascite delle quali è stata costellata la sua vita, come quella di tanti altri.
Siamo arrivati al momento della malattia ed ho pensato di leggerla con voi, per voi per diversi motivi: è l’ultima tappa in ordine di tempo; è una tappa che per motivi cronologici credo che molti di noi attraversiamo, direttamente o attraverso l’esperienza di persone a noi care. Io personalmente ho un mio trip con la malattia (mi confronto da anni con una malattia autoimmune, l’artrite reumatoide), con un paradosso che visito e rivisito ma del quale non sono ancora venuta a capo.
È un paradosso particolare, questo di Sirio: non lo sceglie, la vita glielo propone, direi che glielo impone. Doveva passare di lì. Vive, come sempre, i due elementi, due condizioni che sono agli opposti: l’essere messo con le spalle al muro, schiacciato, pressato in uno stampo e insieme vivere l’abbandono. Solo dopo, come le altre volte, rinascerà o, qui credo che possiamo proprio dirlo – nascerà.

Cronaca – Nell’estate dell’86 mi telefona un medico nostro amico e mi dice: “Vieni, debbo parlarti, siamo tutti preoccupati qui in ospedale, Sirio ha fatto un controllo e l’emocromo non va”. Il timore era la leucemia, i globuli bianchi erano tantissimi, i rossi già diminuivano. Io, come infermiera, ero un po’ il consigliere sanitario della comunità ed anche di amici. Per Sirio inizia un periodo di penosi tentativi diagnostici, fatti a Firenze, in ematologia: non era leucemia, si accanivano sempre più a capire cosa avesse in una situazione che si andava deteriorando. La diagnosi venne dopo un anno circa, in ematologia a Padova, dove si andò su consiglio di Gianni Tognoni. Si trattava di una rara specie di una sindrome autoimmune che colpiva gli organi interni: fegato, milza, reni furono progressivamente attaccati; il cuore, da sempre suo punto debole, non ce la faceva a superare la doppia stasi circolatoria data dalla milza ingrossata e dai reni ammalati.

Oh, sapete, è ben diverso questo passaggio, che in fondo non è altro che un ennesimo passaggio attraverso la materia, dal suo primo percorso operaio degli anni Cinquanta!
Spalle al muro , ma non c’è eroismo, non ci sono le grandi figure virili ad iniziarlo, non c’è il sapore acre del sudore, i muscoli che dolgono, sì, ma intanto diventi uomo!
E non vi è nemmeno, dal lato dell’ abbandono la pienezza dello Spirito, l’ariosità del Pneuma. Il movimento amoroso di chi segue perché è portato, trasportato.

È penosamente schiacciato

Sono stati due anni duri. Guardiamo insieme il primo elemento del paradosso: in questo tempo conosce una povertà diversa, un essere uguali che passa per altre coordinate. È come se ormai non fosse più uno di loro , ma semplicemente uno dei tanti. Conosce il senso dello smarrimento, respinto com’è dalla malattia verso una parte di sè che non conosceva, schiacciato in una dimensione di fragilità, di mortalità che gli fa sperimentare il maggiore dei limiti.
Per molti mesi, anche se ad intervalli, vive in un mondo assurdo, quello ospedaliero nel quale le persone sono trattate come numeri. Nel quale di noi, della nostra vita, vengono esaminati solo parti, organi. Lì, mescolato ai tanti, viene livellato dal grande denominatore comune che è la condizione umana.
È stato duro questo vaglio, per lui, umiliante, ma non gli era possibile sottrarsi.
Eppure, a ben pensarci, la malattia non è poi una tale tragedia. È il deteriorarsi, lento o rapido che sia, della nostra componente biologica, qualcosa che era nei patti. Da sempre.

Vive un abbandono umile

Nell’ottobre dell’87 scrive una lettera circolare agli amici per informarli della sua cattiva salute e conclude citando il profeta Geremia: “mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre, hai fatto forza e hai prevalso”. Era un abbandono semplice, il suo, umile, senza voli. Un dire a mezza voce: non capisco, ma sono presente, sono qui.
È il momento in cui si tirano le somme, si tenta di decifrare il disegno della vita. Un giorno mi disse che aveva scoperto, guardando dentro di sè, qualcosa di speciale, un punto di luce che gli aveva illuminato tutta la vita. Gli sembrava di potere leggere l’avventura della sua esistenza come la storia della GRANDE INNOCENZA. Tutto era stato possibile perché c’era una parte in lui che era rimasta immersa in una lunga infanzia (stava leggendo il libro di Roth): era la sua dimensione di poeta, sognatore, utopista, di uomo che ha incontrato la donna proprio lì, nel territorio dell’innocenza.
Ricordo quei giorni come un tempo particolare, sospeso, amplificato: dove convivevano con naturalezza il male-essere e il bene-essere. Le condizioni peggioravano, sì, eppure, nonostante tutto, o meglio, insieme a tutto, quanti episodi lievi, quanto scherzare e sorridere dei cento piccoli avvenimenti quotidiani…

Scende la notte…

Ha inizio quel periodo oscuro che abbiamo visitato nella prima parte di questa storia, là dove non brillano più né sole né luna. Negli ultimi tempi Sirio è stato tormentato, duramente tormentato, dal dubbio di avere sbagliato tutto, di non avere dato sufficiente ascolto al suo corpo, che ora si ribellava. Era in balia delle onde, come una barca senza più ormeggi. Non poteva proseguire né in una direzione né in un’altra. Gli mancavano gli strumenti per navigare e non poteva che lasciarsi andare in compagnia del suo interrogativo: ho tradito quell’umano che ho sempre inseguito?
Superato questo scoglio si trovò alla fine solo. Solo a combattere una dura battaglia per vivere ancora, qualche giorno di più. A scampare la vita, un’ora dopo l’altra. Perché lui voleva farcela, fino all’ultimo.

Lì, sulla paglia, nasce l’uomo nudo

Mi sembra che il tutto è compiuto che precede la resurrezione lo abbiamo per Natale, il Natale dell’87. Entrato nell’autunno in ospedale a Pietrasanta per risistemare un diabete che era impazzito a causa dell’alto dosaggio di cortisone, rimane impigliato in una lunga degenza che al solito patisce come un ulteriore balzello da pagare. I medici gli avevano promesso di rimandarlo a casa per le feste e lui sognava la sua Chiesina, la messa della Vigilia, celebrata da sempre con gli amici. Voleva ricomporre, nella notte sacra, l’umano e il divino.
Invece no, non è possibile dimetterlo, le sue condizioni di salute sono troppo precarie. E lui rimane lì, NUDO, UOMO. Ricordo che P. Mongillo viene affettuosamente da Roma a trovarlo il pomeriggio di Natale e gli porta il Santissimo. Sirio gli dice: “Grazie, Dalmazio, ma non ce n’è bisogno”. È passato perfino il tempo dell’eucarestia. È finito quello dell’incarnazione, la grande parabola di discesa dal cielo alla terra è terminata, ora non c’è che la creatura, l’uomo fatto di polvere.

Allora il Signore Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra e alitò nelle sue narici un soffio vitale e l’uomo divenne un essere vivente.

La creatura nuova nata dal paradosso è semplicemente l’uomo, nudo. Punto. Non rimane che fare un passo indietro e contemplare il mistero.
Don Sirio nel suo ultimo articolo ( Un’utopia per la Chiesa – dicembre ’87) parla del cammino che ha compiuto: dall’essere sacerdote, all’essere laico, e afferma il valore della laicità. Ma vista dal territorio nel quale più tardi approda, probabilmente anche questa definizione non rispecchia la novità ultima. Perché discende pur sempre da una divisione, dallo scegliere un elemento della polarità. Qui, al contrario, ogni frammento, ogni variabile, tutte le polarità visitate sono riunite. Siamo arrivati alla nuda condizione umana, ben antecedente il dualismo laicato/sacerdozio. La vita negli ultimi due mesi palpita appena, si muove stancamente. Ma Sirio vuole esistere così com’è, non morire ancora.

Non rimaneva che risalire dalla terra al cielo

A questo punto avviene il movimento più naturale che ci sia: come era venuto al mondo nascendo dal ventre di una donna, così doveva lasciare il mondo rinascendo da una donna. Era tutto di una grande semplicità, occorreva raccogliere la vita e farla sbocciare, di là.
Io avevo lasciato la comunità nell’80 per proseguire un mio cammino di ricerca. La sua malattia ci aveva fatti ritrovare, specie negli ultimi mesi, quando non ci eravamo più lasciati. Ricordo che ci dicevamo stupiti “…ecco perché ci siamo incontrati tanti anni fa. Era per questo, per arrivare qui…”. Era necessario passare attraverso il vivere insieme, la separazione, il camminare fedelmente ognuno per la propria strada perché i sentieri potessero nuovamente incrociarsi, nel momento giusto.
Come vi ho appena detto, dopo Natale era come se Sirio avesse dato pienamente senso/i alla Parola . E questa è stata la chiave che mi ha fatto comprendere quale doveva essere il mio movimento.

Cronaca – L’11 febbraio l’avevano operato in cardiochirurgia a Pisa, per sostituire quella famosa valvola che si era ammalata nei lontani tempi del seminario. Un estremo tentativo di salvarlo. Non si era più svegliato, il coma, dopo il sesto giorno si era approfondito.
Aspettavamo, accampati nel corridoio di terapia intensiva, mandandogli come potevamo dei messaggi con la mente, col cuore.
Il 18, d’un tratto, mi ricordai di una frase che mi aveva detto due volte, nei mesi precedenti: “bambina, senza il tuo permesso non morirò mai”. Me lo disse dopo il primo attacco di edema polmonare acuto avuto a casa, in Chiesetta. Quando arrivai la mattina, Luigi mi venne incontro per prepararmi. E Sirio, appena mi vide disse: “credevo di morire, ma senza il tuo permesso, bambina, non potevo farlo”.
E poi, due mesi più tardi, in ospedale, dopo un altro attacco acuto di cuore, appena mi permisero di rivederlo in terapia intensiva, mentre entravo e mi avvicinavo al suo letto mi disse nuovamente: “bambina, credevo di non farcela, ma non potevo morire senza il tuo permesso”. Vedo ancora il volto stupito di un nostro amico, pretore a Pietrasanta, anche lui nella stanza. Io avevo preso quelle frasi come dirvi… come un’espressione di affetto, come una carezza… non alla lettera.

Quel pomeriggio del 18 febbraio compresi d’un tratto, lì, in ospedale, che tutto era semplice: sì, in Sirio la parola era veramente carne, era una realtà. Toccava a me sciogliere la cima della sua barca e lasciarlo andare. Dovevo partorirlo.
Mi premeva tornare a Viareggio, non vedevo l’ora di arrivare a casa per fare qualcosa, qualsiasi, con le mani, quasi per lasciare il cuore libero: mi misi a pulire, lavare, riordinare una casa abbandonata da giorni. E mentre mi preparavo, rinnovavo, dicevo via via fra me e me. “Vai pure, non temere… io sono di qua e di là dal passaggio, sarò sempre con te. Vai” .
Alle 23,30 mi telefona Beppe, avevano chiamato da Pisa: i segni vitali di Sirio andavano diminuendo in maniera irreversibile. Volevamo andare? Così compimmo l’ultimo, semplice atto di amore: scegliere i vestiti con i quali avrebbe compiuto il suo grande viaggio. Arrivammo a Pisa intorno all’una di notte. Era il 19 febbraio, poco prima dell’alba Sirio morì.

Siamo qui dopo tanti anni per salutarlo, insieme. Lui è presente, come lo è Beppe. Ma soprattutto siamo qui fra di noi per aiutarci a vivere, a non sottrarci, a non avere timori, a levare le difese, osando. Dobbiamo proseguire la nostra avventura immergendoci sempre di più nella realtà, individuare i nostri personali paradossi e percorrerli, sino in fondo.

 

Maria Grazia Galimberti


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